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Bollenti Spiriti

TRENO DELLA MEMORIA 2014

20 Feb
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"Quando dalla Segreteria del Liceo, mi fu proposto di prendere parte all’iniziativa del Treno della Memoria, non sapevo se sentirmi onorato per essere stato scelto, o semplicemente felice di fare una nuova esperienza.
“Perché dovresti essere felice di fare questa esperienza” si diranno molti “dal momento che vai a vedere coi tuoi occhi le atrocità commesse nei confronti di milioni e milioni di persone, circa settant’anni fa?”
Forse hanno ragione, forse all’inizio mi sarei dovuto sentire solo un “privilegiato”; eppure il tempo mi ha dato ragione. Valeva la pena provare gioia, felicità, per tutto ciò che ne è conseguito, per il senso della tolleranza che è cresciuto parecchio, per la persona che adesso è realmente cosciente che ricordare un solo disastro (almeno per me) equivale a ricordarli tutti, equivale a pregare perché cessino tutte le ostilità, tutte le discriminazioni e tutti gli eccidi ai giorni nostri.

Per questo motivo, quando fui convocato in Segreteria, accettai senza indugiare un solo istante; avevo una buona compagnia con me, ero piuttosto motivato, perché ansioso di fare tesoro di questo viaggio; ero anche pronto a fare dei piccolissimi sacrifici, che il viaggio richiedeva, come le trenta ore di viaggio in autobus sia all’andata che al ritorno.
Gli incontri formativi con gli animatori furono utilissimi per capire quale fosse lo spirito giusto per intraprendere questo viaggio, per rendersi conto di quanto è cambiato da allora, e di quanto la gente spera che ancora si possa cambiare.
L’incontro con il prof. De Luca, docente dell’Università del Salento, fu prezioso per capire meglio le cause, le dinamiche di quel massacro, che cosa aveva spinto l’uomo a costruire una gerarchia tra i suoi simili.

Ma, aldilà di tutto questo, vorrei essere testimone di quello che i miei occhi hanno visto, di quello che il mio cuore mi suggeriva; già la visita al ghetto della città di Cracovia, preceduta da un brevissimo incontro tenutosi alla celebre fabbrica di Schindler circa i “sommersi e i salvati” di quel conflitto, di cui parlerà Primo Levi, ci ha aperto gli occhi ad una realtà che noi potevamo solo immaginare (e neanche) o che abbiamo vista impressa nei racconti dei superstiti, nei film sulla Shoah; anche quella, però, non rende quanto la presenza fisica, a mio avviso.
Ascoltare le storie, col volto chino, per riflettere! Riflettere sulle lacrime delle bambine ignare di ciò che stava succedendo, tranquillizzate dalle proprie madri, sulle bambine che invece forse avevano preso coscienza del male di cui sarebbero state vittime e sul coraggio di uomini che hanno saputo alzare la testa, sfidare ciò che viene comunemente definito il “nemico”, alcuni perdendo la vita, altri riuscendo eroicamente a salvarne migliaia.
La storia di un quartiere in cui fu rinchiusa la “feccia” della Polonia e del mondo intero; quattro mura che raccontano di speranza perduta, dei sogni per un domani migliore, di libertà che pochi otterranno alla fine della guerra.

Il giorno dopo, il capitolo più commovente, drammatico, sconvolgente del nostro viaggio: la visita ai Lager di Auschwitz e Birkenau.
Ciò che più disgusta, come ho detto in più occasioni, è probabilmente il passaggio da un estremo all’altro: il campo di Auschwitz trasuda crudeltà, pena, dolore gratuito per tutti i visitatori; e così incuteva terrore ai suoi detenuti, benché all’epoca fosse anche il simbolo della potenza dei tedeschi. E così Birkenau.
Nella loro mostruosità, sono molto simili, ma anche molto diversi. Auschwitz dà l’idea di un sobborgo nato per distruggere gli ebrei; ciascun Block, questo il nome delle costruzioni ivi presenti, ha una sua funzione: da dormitorio per i detenuti, a luogo di torture fisiche, a centri per gli esperimenti sugli ebrei, dove non aveva alcuna importanza se un prigioniero perdesse la vita. Anzi. Uno in meno. Questo era il loro pensiero.
Birkenau sembra una “fattoria per omicidi”: questo Lager rende ancor di più, invece, l’idea di disumanizzazione dell’uomo, di paragone di esso ad una bestia: gli ebrei, dopo il “consueto” viaggio in carri bestiame o in treni merci, nei cui piccoli vagoni a stento entrava l’aria per respirare, erano “ospitati” in baracche costruite come fossero stalle per i buoi e con lo stesso materiale adoprato per le stalle.
Non si aveva la minima cura delle condizioni igienico-sanitarie, né tantomeno ci si preoccupava delle condizioni meteorologiche, dal momento che poco importava se gli ebrei si lavassero o se avvertissero il freddo proveniente dalle fessure lasciate nelle pareti delle baracche nelle notti d’inverno, tanto, presto o tardi, sarebbero morti.
Primo Levi, tornando ad Auschwitz dopo 40 anni, racconta di quanto all’inizio fosse stupito del fatto che nessuno passasse mai dalla strada di campagna che circondava il campo. Passavano due o tre persone. E poi scoprì che venivano allontanate dai tedeschi.
Ricorda però che passava un pullman che trasportava operai, che di notte andavano a lavorare; e che, su questi pullman, vi era una frase che recitava “La zuppa migliore è quella del Nord”, piuttosto fuori luogo in un posto dove era già qualcosa se mangiavi una brodaglia ogni giorno, insieme ad un pezzo di pane che doveva durare due giorni!

Ore di camminata con le scarpe più scomode di questo mondo non bastavano comunque a provare sulla nostra carne quello che un solo ebreo ha provato sulla propria in un solo giorno. Camminate fatta sempre a testa bassa, per riflettere, salvo ove ho scattato foto. Scattavo foto a iosa. Non so perché!
Quello è l’unico posto dove non è la bellezza a spingerti a scattare una foto, ma il ribrezzo, il dolore che provi. Sarà che ogni angolo di quel campo emana e trasmette, a chiunque vi metta piede, angoscia? È davvero così suggestivo? Lo è.
Prima di entrare nel Block 11, quello delle torture, Paola mi ha chiesto “E’ forte, vero?” ed io, sempre a testa bassa, dissi “Sì!” e lei ha continuato “E questo lo è ancora di più. Coraggio!”

E che dire della commemorazione finale, il momento in cui ciascuno di noi ha ricordato una singola vittima, la cui foto con nome era appesa ai muri di uno dei Block.
Il momento in cui potevi anche dare sfogo alle tue emozioni con una struggente preghiera per chi ha perso la vita, o anche solo con qualche lacrima versata per costoro.

Tutte queste emozioni forti circoscritte, per fortuna, in una cornice idilliaca; una compagnia meravigliosa, animatori e organizzatori con una pazienza straordinaria con noi, luoghi straordinari da visitare, una calorosa accoglienza nella città di Cracovia, tutte le serate ai quali ci siamo divertiti parecchio!
Può sembrare banale, ma visitare questi luoghi in compagnia di gente straordinaria può aiutare molto: per questo ringrazio ogni singolo ragazzo del Gruppo H, al quale ho avuto l’onore di appartenere in questi sei giorni, ringrazio Paola, Cristina, Lillo e Kìnga; ringrazio Paolo e ogni singolo organizzatore di questo viaggio.

Perché se è vero che il Treno siamo noi e che il viaggio inizia adesso, il merito è soprattutto di chi costruisce questo treno e di chi lo mette in moto e sulla giusta direzione. E tutto questo grazie a voi. E mi auguro di poter essere uno di voi! Spero presto.
Grazie a tutti, per tutto!"

Cristiano

Letto 1972 volte Ultima modifica il Giovedì, 20 Febbraio 2014 12:50

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