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Bollenti Spiriti

Questioni di Frontiera: "Credetemi, c'ho provato" di Mishna Wolff. Storia in bianco e nero di un'infanzia fuori posto di Myriam Pettinato

14 Giu
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trulydesign-mgdi Myriam Pettinato Credetemi, c’ho provato (titolo originale “I’m down”) è un memoir che diverte e commuove. Al centro c’è il rapporto – solitamente complesso e mai scontato – fra padre e figlia. Ma nel caso di Mishna e John Wolff, più che di un rapporto, più che di complessità, sarebbe meglio parlare di un precario equilibrio sopra la catastrofe educativa. Tutto deriva dal fatto che John è praticamente convinto di essere nero: “camminava come un nero, parlava come un nero e faceva sport come un nero”, e naturalmente impianta la sua famiglia “bianca che più bianca non si può” in un sobborgo di Seattle, quasi un ghetto.

Qui, infatti, John Wolff era nato quando la città era abitata da americani di origine europea, lentamente scomparsi per l’avanzata dei neri: “I miei nonni erano troppo poveri per essere razzisti. Non si vende quando il mercato è basso. E, quando il quartiere cominciò a tingersi sempre più di nero, a mio padre accadde lo stesso.” Lui era in piedi, accanto a Yvonne, e urlava così forte da avere la bava alla bocca. “Lo sai o no in che famiglia sei cresciuta?!” Sapevo che stramba non era la risposta che avrebbe voluto sentire. “Siamo cristiani, dannazione! Fottuto d’un C….O!” (L’ultima parola era l’appellativo di Gesù.): la biografia di Mishna è un elastico che di volta in volta si allenta o si tende, l’avvicina o l’allontana dalla soluzione delle questioni di razza e di classe che travagliano i suoi giovani anni. Famiglia, famiglia allargata, scuola, quartiere, bianchi e neri, splendore e miseria come satelliti sembrano dover galleggiare nello spazio intorno alla sua testolina, scontrandosi ogni tanto, mentre aspetta di acciuffarne uno dove sentirsi a casa.

La bizzarria del carattere paterno semina intorno a Mishna ostacoli, dubbi esistenziali, incertezze, trasformando la sua crescita in un duro addestramento alla vita. Sua moglie, madre di Mishna e di Anora, non resiste molto. È una donna debole e spaventata dalla forza e dall’autoritarismo del marito, il quale deciderà di tenere con sé le due figlie. È il trionfo del sistema antieducativo per eccellenza: niente orari, niente pasti nutrienti e bilanciati, nessuna attenzione al linguaggio, ai compiti scolastici pomeridiani, all’igiene, alle cattive compagnie. Essere una brava figlia, per John Wolff, è essere una “sorella” al cento per cento, perfettamente integrata nel quartiere, capace di tenere il ritmo ballando e cantando, di fare a cazzotti, eccellere nello sport. Il problema è che Mishna non riesce a fronteggiare spontaneamente tali richieste, è costretta a barcamenarsi fra le sue insicurezze, il carattere mite da brava ragazza e la necessità di sopravvivere nella giungla in cui si trova, di ottenere l’approvazione paterna, di avere degli amici, di coltivare il suo futuro.

Le cose si complicano ancora quando Mishna non è più solo bianca fra neri, ma anche nera fra i bianchi: dopo aver ottenuto un alto punteggio in un test d’intelligenza, viene trapiantata in una scuola frequentata dai figli dell’alta, altissima società, dove non solo si sente costretta a nascondere la sua provenienza, vergognandosene, ma a forza di studi miracolosamente ben condotti e di lezioni di violino rischia anche di veder lievitare la sua “arroganza bianca”. Ben presto, padre e matrigna l’accuseranno di razzismo.

Come nella più lacrimevole tradizione dei romanzi d’appendice, rinnegata e offesa, la protagonista si sente orfana, abbassa le armi e si getta a capofitto nelle nuove compagnie altolocate che si è guadagnata anche grazie alla sua triste storia. Salvo scoprire che il bianco dei ricchi non è così immacolato. Di fronte a questo intreccio di depressione, alcolismo, genitori più che assenti, totale disinteresse verso le meraviglie architettoniche, tecnologiche e culinarie, Mishna si chiederà perplessa: “Ma che problema hanno i bianchi?”.

Scorrendo le pagine c’è tutto il risentimento che un figlio può nutrire verso un genitore, e la tenerezza che sgorga non appena si avverte netto il distacco, il giro della clessidra. La danza rituale che muove con equilibrio magico e religioso i comportamenti dei padri e dei figli evolve nel tempo come le stagioni: il rigore dell’inverno cede al tepore della primavera, l’esplosione dell’estate si mitiga nella comprensione dell’autunno. Tutto il resto – povertà, colore della pelle, sogni e sconfitte – scorre vorticando nel gran contenitore della vita, dove tutto trova posto anche quando ci si sente ovunque fuori posto.

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