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Bollenti Spiriti

Questioni di Frontiera: La disinformazione sovietica in Grecia negli anni Ottanta di Ronnie ( Tutor di Q.F.)

17 Mag
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andreas_papandreoudi Ronnie. Ciò che per molto tempo i governi e i popoli dei Paesi occidentali hanno sottovalutato è stata la forza e la penetrazione della disinformazione sovietica al di là della Cortina di Ferro. Prendiamo la Grecia, per esempio. Il comunismo greco che oggi torna a prendere voce sull’Acropoli, invitando i popoli dell’Europa a ribellarsi contro i grandi speculatori internazionali, è figlio di una stagione, gli anni Ottanta ad Atene, in cui Mosca sapeva come influenzare il governo socialista di Papandreu attraverso la sua egemonia culturale. Un reporter del New York Times ha svelato quali interessi si nascondevano dietro la pubblicazione di “Ethnos”, il più letto dei quotidiani greci alla metà degli anni Ottanta, lanciato sul mercato greco poche settimane dopo la vittoria elettorale di Papandreu (nella foto).

Il giornale, che vantava titoli come “Le donne sovietiche non hanno bisogno di essere femministe perché i loro problemi sono risolti”, oppure “Il piano della Cia per una guerra batteriologica con le mosche”, aveva raccontato ai suoi lettori che l’Urss aveva fatto costruire il Muro di Berlino per difenderdi da una imminente invasione degli Alleati in Germania Est. Ovviamente neppure una parola sul decisivo viaggio di Giovanni Paolo II in Polonia nell’83. Ethnos, e il suo editore, Academos (specializzata nei discorsi di Breznev e nella traduzione della Grande Enciclopedia Sovietica), erano guidati da una strana coppia di greci, uno comunista di lungo corso, l’altro imprenditore senza peli sullo stomaco, entrambi coptati dal KGB, tenuti d’occhio dal Comitato Centrale del partito (compreso il delfino Gorbaciov), e lautamente ricompensati con il 3o per cento del venduto.

A un certo punto, il KGB decise di liberarsi del “compagno” greco puntando tutto sull’uomo d’affari, che durante la lunga collaborazione con i suoi “committenti”, volava a Mosca tutto pagato su linee di prima classe. Ethnos ebbe enorme successo in Grecia, una diffusione superiore a quasi tutti gli altri giornali, acquistando anche un rilevante peso politico nella scena interna del Paese. Dietro la coppia di editori, c’era l’ufficio copyright del KGB (all’epoca guidato da un altro futuro ‘gorbacioviano’), il dipartimento disinformazione dei servizi russi, e l’attaché della ambasciata sovietica ad Atene, cacciato via qualche anno dopo quando fu scoperto a rubare segreti militari sulla marina ateniese.

In seguito il “compagno greco” che aveva contribuito a fondare il giornale finì sotto processo chiamato a rendere testimonianza di quello che era accaduto; spifferò tutto al reporter del NYT, la storia si diffuse anche in America. L’imprenditore, allora, spalleggiato dai russi, offrì oltre mezzo milione di dollari al “compagno” per il suo silenzio; quest’ultimo accettò, il processo perse di indizi concreti e il reporter del Times si trovò di colpo sulla graticola.

Dell’idea di creare Ethnos il KGB era già convinto due anni prima del lancio editoriale, come un momento di quella “campagna attiva” (circonlocuzione per dire della disinformazione) da promuovere in Grecia. La storia del giornale, di com’era stato fondato e di quale fosse il suo vero scopo, avrebbe potuto rappresentare un grande scoop ragionando in termini giornalistici: libertà di parola ‘comprata’, spionaggio, la persecuzione del reporter che aveva scoperto la vicenda… ma i giornali americani tacquero e nessuno si indignò per quello che era successo. (Leggi dall’Inizio…)


LA FINE DELLA RIVOLUZIONE CONSERVATRICE

L’affermazione del movimento conservatore alla fine del XX secolo nel mondo occidentale è stata una rivoluzione di cui spesso si tende a non percepire per intero la portata. Scoppiata negli anni Settanta in Spagna e nel Portogallo, la Rivoluzione conservatrice è dilagata in America e Gran Bretagna negli anni Ottanta, ha toccato l’America Latina, si è estesa nell’Europa dell’Est e in Europa Centrale negli anni Novanta.

Ha avuto per protagonisti Ronald Reagan, Margaret Thatcher, Giovanni Paolo II. Poi, è tornata nel Paese da cui tutto era cominciato, gli Stati Uniti, con l’11 Settembre e i due tormentati mandati del Presidente George W. Bush. E’ stata un’epoca in cui numerosi regimi oppressivi e antidemocratici sono caduti e i parlamenti delle nazioni democratiche, dalla Camera dei Deputati italiana alle aule del Congresso degli Usa, sono profondamente cambiati, qualcuno dice svuotandosi di senso di fronte a premiership sempre più forti e virtualizzate.

La gente aveva iniziato a capire che non sempre lo Stato è in grado di fare meglio quello che puoi riuscire ad ottenere tu, da solo, come individuo, o attraverso delle organizzazioni spontanee e temporanee  capaci di risolvere i problemi basilari dell’umanità. La caduta dell’Impero Sovietico sembrò a molti una “Seconda Rivoluzione Democratica”, dopo quella che aveva contribuito a gettare le fondamenta degli Stati Uniti. Per quasi vent’anni, i leader e i politici del mondo occidentale hanno creduto che i valori della democrazia fossero sbocciati nel resto del mondo, ma alla fine anche quella conservatrice si è rivelata una Rivoluzione tradita, una rivoluzione mancata.

Oggi il conservatorismo in Occidente sembra come sospeso e in cerca d’identità. In America i repubblicani reagiscono confusamente davanti al vittorioso protagonismo pragmatico di Barack Obama, in Europa Sarkozy trema e i partiti liberali scontano la concorrenza di nuovi e aggressivi movimenti populisti capaci di conquistarsi una inaspettata egemonia. Racconteremo l’ascesa, la crisi e le prospettive del conservatorismo in un diario, da oggi fino all’estate.

(FRC/2). Se pronunciamo la parola Rivoluzione siamo abituati a pensare alla Rivoluzione Francese, che ebbe indubitevoli meriti nel far progredire ed avanzare la democrazia in Occidente, ma che al tempo stesso, almeno se restiamo alla Francia rivoluzionaria, fallì, schiacciata dal Termidoro e poi dal Bonapartismo, prima della Restaurazione. Il “Terrore” ci ha mostrato come sia possibile combinare la retorica democratica radicale con un terrore istituzionalizzato e “rivoluzionario”. Si parla di Democrazie Totalitarie proprio per indicare questa potenza dello Stato che s’impadronisce della vita dei suoi cittadini, com’è avvenuto in Italia con il Fascismo, in Germania con il Nazismo, nell’Unione Sovietica comunista.

Si dovrebbe invece ricordare un po’ più spesso di quanto non si faccia cos’è stata la Rivoluzione Americana, che fin dall’inizio non si è mai ben capito se fosse esplosa in un Paese, appunto, rivoluzionario o conservatore. Fatto sta che quella americana fu, rispetto alla francese, una rivoluzione vincente, oltre ad essere molto più profonda: ha creato una democrazia stabile, là dove l’altra ha dato vita o ha ispirato degli esperimenti politici di volta in volta fallimentari.

La vera novità della Rivoluzione Americana era il suo spirito paradossale. A differenza di quanto avveniva in Europa, il popolo americano, dopo aver rivendicato ed esercitato a pieno la propria sovranità, decise di darsi un governo e delle leggi. Nello stesso tempo, mise dei paletti al potere del governo. Tutti i governi, secondo i rivoluzionari americani, dovevano avere dei poteri limitati, ed ogni autorità pubblica doveva muoversi entro i confini stabiliti dalla Costituzione e dalla Dichiarazione dei Diritti. Il governo nasceva dal consenso popolare e ne era limitato.

I singoli cittadini hanno più importanza dello Stato? Questo è un convincimento che ai giorni nostri viene spesso tacciato d’essere “conservatore” proprio perché non riusciamo a staccarci dalla immagine della Rivoluzione offerta dalla sinistra, e intesa unicamente come una sollevazione degli oppressi contro gli oppressori. Ebbene, negli ultimi vent’anni la Rivoluzione Conservatrice si è fondata su basi completamente differenti, sull’idea, cioé, che il sistema politico andava cambiato, trasformato in modo radicale, per avvantaggiare l’individuo.

L’individualismo è stata la più potente molla del conservatorismo in Occidente alla fine del Novecento, anche se oggi è un concetto che sta sbiadendo, che sembra aver perso confidenza nella sua forza e nella giustezza della sua causa. L’America Obamiana, dalla riforma della sanità ai bailout per salvare l’economia, vede un ritorno in grande stile dello Stato che fa da balia ai cittadini, limitando il loro potere di vigilanza su quello che avviene nella Sala Ovale della Casa Bianca.

(FRC3). La fine degli Settanta fu un un incubo per la politica estera americana, in un momento di grave crisi economica interna (lo scandalo “Watergate”) e davanti alle violente tempeste economiche indotte dagli schock petroliferi. L’Unione Sovietica, al contrario, sembrava in piena espansione, e le rivoluzioni comuniste marciavano trionfanti nel Terzo Mondo, nel Corno d’Africa come in America Centrale. Gli storici americani parlarono di “crisi di sistema”, di un sovrasforzo economico (economic overreach), di una società del controllo finita nella mani della CIA e del KGB, oppure, come il segretario di Stato dell’amministrazione Carter, Cyrus Vance, inseguirono il miraggio di “sogni condivisi” con il terreo Breznev.

Era il mito della moral equivalence, favorito dalla disinformazione sovietica per legittimare l’URSS come superpotenza alla pari degli Usa: all’inizio, Alexander Solzhenitsyn veniva considerato un fanatico religioso e le sue descrizioni dei gulag alla stregua di fantasie. La debolezza dell’America di fronte alle Democrazie Totalitarie s’infrangerà nella Rivoluzione Islamica dell’Iran khomeinista del 1979, il punto più basso della Presidenza Carter.

Questo è il motivo per cui la Rivoluzione Conservatrice, alla fine degli anni Settanta, non scoppiò in America, ma in un Paese europeo che più di altri sembrava pronto a cogliere i frutti della nuova onda conservatrice: la Spagna che si apriva alle libertà politiche e alle opportunità economiche dopo il lungo regime di Franco. Il modello della democrazia capitalista avrebbe attratto, in misura analoga, anche il Portogallo.

Alla fine degli anni Settanta, questi due Paesi rappresentarono un laboratorio di successo per le “rivoluzioni democratiche” che stavano covando e che sarebbero scoppiate nel decennio successivo, dall’America Latina all’Europa dell’Est. Il passaggio dalla dittatura alla democrazia, in modo pacifico, e senza l’intervento o la tutela decisiva degli Usa, impegnati, almeno durante la “rivoluzione spagnola”, su altri fronti critici come il Vietnam, l’America centro-meridionale e il Medio Oriente.

Il conservatore Adolfo Suarez in Spagna e il socialista Mario Soares in Portogallo riuscirono a trasformare politicamente i rispettivi Paesi, innescando una serie di riforme istituzionali ed economiche il cui successo, almeno in Spagna, si percepirà meglio solo nei decenni successivi, e che sarà raccolto e secondo alcuni in parte sperperato dalla lunga egemonia del leader socialista Zapatero.

Due uomini diversi, Suarez e Soares. Il primo un conservatore erede del franchismo, l’altro il campione delle nuove avanzanti socialdemocrazie. Ma uniti dal desiderio di far ripartire il motore economico e democratico della penisola iberica. Suarez con l’aiuto di Re Juan Carlos, Soares con l’aiuto dei militari legati al generale americano Alexander Hamilton…

(FRC/4) Anche il Portogallo, come la Spagna, usciva da una lunga dittatura di stampo fascista e dovette attendere gli anni Settanta per avere la sua Rivoluzione Democratica. In quel decennio l’intera penisola iberica fu attraversata da potenti forze del cambiamento, che avrebbero portato il Paese sull’orlo della guerra civile, trasformandolo in uno dei tanti fronti della Guerra Fredda. L’uomo di Mosca in Portogallo si chiamava Alvaro Cunhal, uno dei più grandi stalinisti del dopoguerra europeo. Non aveva un enorme seguito elettorale ma era fiducioso nella tecnica leninista per la conquista del potere: pochi ma buoni.

La Rivoluzione democratica in Portogallo scoppia nel 1974, quando la popolazione mette fiori nelle canne dei fucili dei soldati. L’esercito guidato da generali e ufficiali di simpatie socialiste viene visto come il liberatore. L’anno prima, si era costituito il partito socialista portoghese, con transfuga ed esiliati che erano rientrati dalla Spagna e dalla Francia. Per tutto il 1975, sarebbe stato un continuo alternarsi di scontri fra le forze comuniste e i revansciti del defunto dittatore Salazar, mentre i centristi, i moderati e i socialisti cercavano una difficile convivenza in parlamento.

Cunhal non sarebbe comunque riuscito nel suo intento di sbilanciare il Paese verso l’Unione Sovietica. A fermarlo fu quel Mario Soares, socialista allievo di Brandt, amico del generale Eanes (a sua volta protege del generale americano Hamilton), spalleggiato dalla potente AFL-CIO, il sindacato americano di Irving Brown. Alla fine, Soares avrebbe convinto anche un diffidente Henry Kissinger. La vittoria di Soares in Portogallo diede un senso tutto diverso alla Rivoluzione dei Garofani, trasformandola in un laboratorio per le rivoluzioni dell’Europa orientale scoppiate nei decenni successivi.

(FRC/5) La Rivoluzione Democratica in Spagna, alla morte di Franco, nel 1975, è stato uno degli eventi più straordinari e affascinanti della Storia della seconda metà del Novecento. Il dittatore aveva intuito che il suo regime non sarebbe sopravvissuto e, prima di morire, facilitò le cose ai suoi successori, lasciando intendere come sarebbero andate le cose in futuro nell’economia e nella società spagnola. A rendere così affascinanti quegli eventi fu però il fatto che a guidare la transizione, pacifica, alla democrazia, portando la Spagna nel campo delle moderne democrazie capitaliste occidentali, furono due uomini che a guardarli non sembravano proprio dei rivoluzionari. Uno era un playboy che diventerà uno dei più amati personaggi della storia spagnola recente, il Re Juan Carlos . L’altro, Adolfo Suarez, un ex franchista capace di traghettare il Paese verso il libero mercato, le riforme istituzionali, i cambiamenti nella società.

Altre forze avrebbero partecipato, responsabilmente, alla trasformazione del Paese. I socialisti di Felipe Gonzales, per esempio. Gli ambienti riformisti della Chiesa Cattolica, ma anche la sua parte più attiva e dinamica – l’Opus Dei. Tutti questi soggetti fecero argine all’eurocomunismo di Santiago Carrillo che, pur avendo preso le distanze dall’Unione Sovietica, e accettato il gioco democratico, ancora parlava di “centralismo democratico” (mentre faceva affari con Nicolae Ceausescu).

La Rivoluzione in Spagna e in Portogallo avrebbe mostrato ai Paesi del Centro e del Sud America che la transizione alla democrazia poteva avvenire senza il ricorso alle armi, e senza Generali o “uomini forti”. In secondo luogo, poteva, e fu presa a modello di cambiamento. Terzo, dimostrò con largo anticipo che il Comunismo, in Europa, era finito. Ma a differenza degli iberici, i latinoamericani non avevano personalità come i Soares, una classe politica, conservatrice o socialista, che prefigurasse l’alternanza dei futuri assetti bipolari.

Ci volevano delle guide per indicare ai popoli del Sudamerica qual era la strada per creare una società più ricca e libera. Queste guide furono il Papa, Giovanni Paolo II, che con i suoi viaggi e discorsi comprese che l’America Latina era ad un punto di svolta (e non solo lei), e il Presidente americano Ronald Reagan, che a metà degli anni Ottanta, consigliato dai neoconservative come l’assistente del Segretario di Stato, Elliott Abrams, mise in guardia i vari caudillo sudamericani dall’idea che i loro regimi avrebbero avuto lunga vita.

Poco dopo, il Generale Pinochet si ritirava dalla scena. Quando Reagan entrò alla Casa Bianca, solo due stati del Sud America potevano essere considerati democratici, Colombia e Venezuela. Quando il Presidente lasciò la Casa Bianca, solo due stati non lo erano. Cuba e il Suriname.

(FRC/6). L’esempio delle rivoluzioni democratiche spagnola e portoghese mostrò al mondo occidentale che il Comunismo, dopo tutto, non era per forza la strada da imboccare verso il futuro. Fu prendendo esempio da Re Juan Carlos e dai Soares che il presidente sudafricano De Klerk garantì la transizione pacifica in Sudafrica, cercando di normalizzare l’African National Congress e rilasciando Nelson Mandela dopo la lunga prigionia a Robin Island. Certo l’intellighenzia occidentale, quella d’ispirazione comunista in Europa negli anni Settanta – così come quella attualmente in voga in America (il “politicamente corretto”), ha una forza culturale, politica e sociale impressionante, che tra le due sponde dell’Atlantico è stata in grado di occupare giornali, cinema, tv, case editrici, il mondo universitario e della scuola. Ecco perché negli anni Settanta alcuni studiosi e intellettuali che non rientravano negli schemi furono pesantemente ostracizzati, per quanto tradotti, celebrati e pubblicati all’estero.

E’ il caso, per esempio, della “Intervista sul Fascismo” di Renzo De Felice , un testo che, dopo essere stato a lungo “sterilizzato” dall’editore barese Vito Laterza, provocò grande scandalo nell’ortodossia intellettuale dell’epoca. De Felice, contrastando l’opinione generale secondo cui il Fascismo era stato una reazione della upper e della middle classe alla rivoluzione comunista, scrisse che invece il regime invece affondava le sue radici in una emergente lower-middle class, e che per capirlo fino in fondo bisognava studiare la Rivoluzione Francese (un affronto, per i comunisti), il Romanticismo, quella visione del mondo che tanti mostri ha prodotto in Europa e fuori.

Gli eredi del Fascismo, secondo De Felice, erano una forza di cui non si poteva non tenere conto nello spettro politico italiano del dopoguerra, proprio per l’influenza delle nuove classi sociali in ascesa che quella ideologia rappresentavano. Il libro di De Felice fu un colpo al cuore al potere culturale della sinistra italiana, perché quella tesi rischiava di minare, come in effetti è accaduto in seguito, la base antifascista della Costituzione. De Felice intuì quale sarebbe stato il percorso della destra postfascita in Italia. Mentre la sua intervista veniva tradotta dal Giappone agli Stati Uniti, in Italia si combatteva ancora la battaglia per “il controllo del passato”, come l’ha chiamata Orwell.

(FRC7) Anche in Francia negli anni settanta le università, in particolare quelle di scienze sociali, i giornali e i mezzi di comunicazione di massa, si erano progressivamente “marxistizzati”, dopo l’epopea della gauche degli anni Sessanta e sotto l’alto patronato di Jean Paul Sartre. A fare le spese di questa egemonia culturale fu Raymond Aron, che per la sua visione del mondo lucidamente scettica, e per aver scritto un libro dal titolo provocatorio come “L’oppio degli intellettuali”, venne messo all’indice, restando isolato, perché si era rifiutato di prendere parte al “gioco delle parti” di allora: esistenzialista, strutturalista, eccetera.

La Francia, però, negli anni Settanta ospitò anche l’emigrato russo che dava più fastidio al Cremlino, lo scrittore Alexander Solzhenitsyn, che nel libro “Arcipelago Gulag” aveva raccontato l’inferno della dittatura comunista. L’esempio di Solzhenitsyn e di Aron fu così forte che alla fine del decennio, e poi, con forza sempre maggiore, nella prima metà degli anni Ottanta, la cultura francese divenne sempre meno imbrigliabile dall’Unione Sovietica, fino a quando un gran numero di intellettuali non iniziarono a contestare o rinnegare Mosca, diventando anticomunisti e filo-americani, come il caso di Bernard Henry Levi, che indagò sui Gulag e sui genocidi nel Sud Est asiatico.

Anche in Francia, dunque, si stava sentendo l’effetto della Rivoluzione democratica scoppiata in Spagna e Portogallo. Gli intellettuali francesi, o almeno una parte di loro, si erano accorti che le rivoluzioni possono anche essere pacifiche, che la transizione alla democrazia poteva avvenire senza spargimenti di sangue, ed era una lezione che altri uomini e donne avrebbero appreso e messo in pratica prima in America Latina e dopo grandi difficoltà nei Paesi dell’Europa orientale.

(FRC8) L’influenza della Rivoluzione democratica in Spagna e Portogallo e l’inizio della Presidenza Reagan avrebbero influenzato profondamente la storia dell’America Latina, mostrando al mondo che l’espansione del comunismo sovietico poteva essere contenuta e che gli Stati Uniti, con volontà e determinazione, avrebbero chiuso la partita a loro favore. Quando pensiamo ai Contras e al sandinismo abitualmente siamo portati a considerare i primi come una milizia surrogata degli Usa e i secondi come dei liberatori del Nicaragua, ma le cose, negli anni Settanta, stavano altrimenti. L’Unione Sovietica foraggiava insurrezioni e guerriglie in mezzo mondo, e perdere “il cortile di casa”, per Washington, sarebbe stato un gran brutto segnale dopo i fallimenti del carterismo.

Così, se è vero che siamo abituati ad associare lo scandalo Iran/Contras e l’ambigua figura del Colonnello North con la presidenza Reagan, bisogna dire a difesa dell’inquilino della Casa Bianca che fece di tutto per mostrare ai Paesi dell’America Latina che la strada verso la democrazia poteva passare attraverso un processo pacifico, senza le scalmane sandiniste. Grazie ai sovietici e ai cubani, infatti, sandinisti avevano ammassato il più potente esercito del sud america, operando una severa repressione contro i nemici di classe, cattolici innanzitutto.

L’esempio di Re Juan Carlos, un sovrano venuto fuori da una educazione prettamente militare, mostrò invece alle classi dirigenti e a quella popolare dei Paesi sudamericani che i generali dell’esercito non erano per forza un nemico della libertà, ma che in certi casi potevano fare da garanti nella costituzione di uno stato democratico, come sarebbe accaduto a Eltsin difeso dall’esercito russo durante il golpe fallito del 1991, con la Turchia che del suo stato maggiore ha fatto il difensore della laicità dello stato, o con gli ufficiali salvadoregni che, garantendo la redistribuzione delle terre, fecero da argine sia ai comunisti che all’ascesa della estrema destra.

Ma quello che colpì di più Reagan, rafforzando la sua convinzione che l’orso russo poteva essere sconfitto, fu l’effetto dei Contras sulla popolazione civile nicaraguense. Il movimento, che il Congresso degli Usa e ampia parte della stampa e della cultura liberal aveva osteggiato nel momento in cui Reagan diceva di volerlo finanziare, creebbe e si rafforzò guadagnando consenso fra la popolazione. Più di quello che Reagan avrebbe mai pensato. Era la dimostrazione che la Rivoluzione Conservatrice aveva vinto.

(FRC9) L’Unione Sovietica crollò per diversi motivi. Per la pressione esercitata da Ronald Reagan e per la debolezza del progetto riformista di Gorbaciov, certamente. Ma anche perché la fine del XX secolo vide muoversi sulla scena della Storia un personaggio decisivo – Papa Giovanni Paolo II – che aveva capito come singoli individui in certe contingenze storiche possono rivelarsi determinanti per una rivoluzione pacifica. Esattamente quella che avrebbe vissuto la sua Polonia, il Paese che da quel sussulto rivoluzionario sarebbe diventato la democrazia liberale forte e stabile che conosciamo oggi, tanto più dopo aver visto la reazione del popolo e della classe dirigente di Varsavia all’11 Settembre di Katyn.

Fin dall’inizio del suo pontificato, il Papa fece capire ai sovietici che sarebbe stato un osso duro. Il leader comunista italiano Giancarlo Pajetta aveva previsto che l’ex cardinale Wojtyla non avrevve più turbato i sonni dei compagni polacchi sbarcando in Vaticano, ma accadde esattamente il contrario. Da Solidarnosc all’America Latina, Wojtyla fu un Papa deciso a contrastare l’avanzata del comunismo, parallelamente, ma non in maniera subordinata agli Usa.

Nel Marzo del 1981 il Papa scese all’areoporto di Managua, in Nicaragua, dove lo attendevano le gerarchie ecclesiastiche locali, affascinate dalla nuova “teologia delle liberazione” che rileggeva il marxismo in chiave cattolica. Quando il ministro della cultura Cardenal s’inchinò per baciare l’anello pontificio, Giovanni Paolo lo colpì di sfuggita al volto, un rimprovero neanche troppo simbolico alla chiesa che scendeva a patti coi sovietici, via sandinista.

Giovanni Paolo II fu anche un abile diplomatico, capace di incontare privatamente il Generale Jaruzelsky, il leader polacco caro al Cremlino, mentre infuriava la rivolta non violenta di Solidarnosc. Con il suo esempio, seppe interpretare il senso della rivoluzione conservatrice, mettendo la Chiesa Cattolica al centro della battaglia fra libertà ed eguaglianza, mercato e collettivismo, materialismo capitalista e comunista.

Da quel momento, sarebbe partito un revival cattolico che dura ancora oggi con il suo successore, Benedetto XVI, e che ha permesso al Vaticano, pur in un contesto di generale arretramento del cattolicesimo dinanzi ad altre denominazioni religiose, di rappresentare un bastione della democrazia in Occidente.

(FRC 10) Una volta un giornalista ha chiesto ad Adam Michnik (nella foto): “Mi dica, è stato peggio Reagan o Breznev?”. “Se fossi americano non avrei mai votato per Reagan – ha risposto Michnik – ma da polacco ho apprezzato l’atteggiamento duro di Reagan nei confronti di Breznev. Forse Reagan non capiva esattamente quello che stava facendo, ma la realtà è che, improvvisamente, le cose cambiarono”.  Quella polacca fu una lotta non-violenta condotta in nome dei principi del liberalismo antitotalitario. I diritti umani e la libertà di espressione, la tolleranza religiosa e l’antirazzismo, l’uguaglianza e il rispetto della legge, l’istruzione, il progresso, la sicurezza sociale.

Per i polacchi che, come Michnik, militavano nei ranghi di Solidarnosc, l’Occidente e il capitalismo non sono soltanto sinonimi di oppressione e colonialismo. “La vita mi ha insegnato che se qualcuno viene frustrato e qualcun altro lo sta frustrando, devi stare sempre dalla parte di chi viene frustrato”, ha detto Michnik ripensando al suo passato. Di polacco, ebreo e dissidente. È stata questa la vera svolta di un pezzo dell’Europa Orientale: forzare il diritto internazionale in nome dei diritti dei popoli e dell’individuo.

“A mio avviso, le opinioni religiose del team di Bush sono anacronistiche. Non posso credere che John Ashcroft abbia delle conversazioni personali quotidiane con Dio, che gli dice cosa deve fare. Ma se Dio gli ha detto che doveva distruggere Saddam, beh, è stato il suggerimento giusto, perché un mondo senza Saddam Hussein è migliore di un mondo con Saddam Hussein”. Solo chi ha vissuto sotto una dittatura può apprezzare l’ironia amara Michnik. Si può criticare l’amministrazione Bush per aver mentito sulle armi di distruzione di massa, per il suo unilateralismo e per gli errori commessi durante la guerra in Iraq. Anche i bombardamenti Alleati sulle principali città tedesche alla fine della Seconda Guerra mondiale furono devastanti, ma questo non significa cancellare il D-Day. “Il diritto al D-Day”, come lo chiama Paul Berman. E come lo sperimentarono, pacificamente, i rivoluzionari polacchi degli anni Ottanta.

(FRC11) Prima del 1968 in Polonia vivevano 40.000 ebrei. Dopo la repressione sovietica ne rimasero 5.000. Prima della Seconda Guerra mondiale erano oltre tre milioni. L’Unione Sovietica stava proseguendo la politica antisemita del nazismo? Adam Michnik ricorda la storia del pogrom di Kielce, una piccola città della Polonia Orientale. I nazisti avevano deportato a Kielce migliaia di persone quando i sovietici liberarono il campo, trovando solo due ebrei rimasti vivi. Nei mesi successivi si riformò una minuscola comunità, qualche centinaio di sopravvissuti all’Olocausto. Il 4 luglio del 1946, i russi presero d’assalto il ghetto uccidendo 40 persone. La guerra era finita ma il rancore e l’odio antiebraico no.

Nel ’68 Michnik fu espulso dall’università e finì dietro le sbarre, accusato di atti di teppismo. Fu rilasciato l’anno successivo e da allora sarebbe entrato e uscito di galera accumulando 6 anni di detenzione. Scrisse per i samizdat e insegnò alla Flying University, una specie di seminario alternativo ai corsi di studio imposti dal partito comunista polacco. Era diventato un dissidente.

Dal 1968 al 1989 fu uno dei leader dell’opposizione democratica, tra i consiglieri più ascoltati di Lech Walesa, partecipando ai negoziati tra Solidarnosc e la giunta Jaruzelsky (i Round Table Talks dell’89). Caduto il Comunismo, Walesa gli affidò il compito di creare un grande quotidiano popolare, la “Gazeta Wyborcza”, che oggi è uno dei giornali più letti in Polonia. Subito dopo la tragedia di Katyn, mentre il suo Paese piangeva un nuovo “11 Settembre”, con i vertici del governo improvvisamente decapitati in un incidente aereo, Michnik ha trovato la forza di lodare la Polonia.

La gloria della Polonia, un Paese che dopo la fine del Comunismo ha saputo costruire una democrazia stabile, liberale, che ha superato almeno apparentemente indenne l’incidente di Katyin. Il Paese di Papa Giovanni Paolo II, un territorio strategico nel dilagare della Rivoluzione conservatrice in Europa Orientale, negli anni Ottanta e Novanta.

(FRC12) C’era una barzelletta che circolava in Unione Sovietica negli anni Ottanta. Un uomo entra in un bar e ordina da bere. “Un rublo”, gli dice il barista. “Un rublo?, ma fino a l’altro giorno questa birra costava cinquanta copechi!”. E il barista: “Quella era la birra prima della glasnost, da oggi il prezzo è raddoppiato, 50 per cento per la birra e l’altro 50 per la perestroika”. L’uomo mette il rublo sul tavolo, il barista lo prende, si allontana, e poi torna indietro con cinquanta copechi e il bicchiere vuoto.

“Che diavolo fai?”, lo aggredisce il cliente.

“Non c’è più birra, amico, da adesso paghi solo la glasnost”.

I sovietici si rendevano conto di come sarebbe andata a finire nel giro di qualche anno. La vittoria della Rivoluzione conservatrice coincide con il momento in cui il Presidente Reagan e i suoi consiglieri percepiscono che l’Unione Sovietica è allo sbando e il sistema comunista sta per crollare. L’Impero sovietico aveva risorse insufficienti per i suoi fabbisogni mastodontici; non era riuscito ad esercitare un colonialismo ‘produttivo’ verso le terre conquistate o controllate ma, al contrario, un effetto deprimente, visto che Mosca vendeva materie prime al Kazakistan (prendiamo il Kazakistan come esempio) per riavere manufatti e beni di vario genere – uno scambio illogico da un punto di vista capitalistico.

Il forziere sovietico erano il gas, il petrolio, l’oro, i diamanti e le materie prime più prezione, ma l’unica industria in grado di esportare qualcosa all’estero era quella militare. Il Cremlino riuscì a confondere gli osservatori grazie alle crisi del petrolio degli anni Settanta, che avevano rischiato di menomare i Paesi occidentali, ma nel decennio successivo, quando il prezzo del petrolio ricominciò a scorrere, gli effetti per l’economia sovietica furono devastanti. Regan aveva capito l’importanza dell’oro nero nella lotta al comunismo ed è in quel momento che americani e sauditi stringono una santa alleanza che porterà ad ulteriori incrementi della produzione del greggio. Nel frattempo, anche gli investitori del Giappone o della Repubblica Federale tedesca lasciano il Paese, diventato un creditore insolvente e sempre più in balia dei mercati mondiali.

In patria la vita faceva schifo, i servizi funzionavano a singhiozzo, mancava la benzina e le città piombavano nel degrado e in una delinquenza sempre più potente e incontrollabile; negli ospedali, i medici raccontavano ai reporter di Newsweek di aver smesso di usare prodotti farmaceutici “di regime” per tutelare la salute dei pazienti. Il sistema era destinato a cascare, Reagan aveva solo bisogno di qualche altra spinta.

(FRC13) Se oggi Obama ha rinunciato al progetto dello Scudo spaziale, lasciando scontente le classi dirigenti polacche e della Repubblica Ceca, fu proprio con le Star Wars che il Presidente Reagan dimostrò chiaramente agli americani, agli europei e ai Paesi in cui erano presenti forze comuniste (America Latina, Angola, Afghanistan), che il sistema industriale sovietico era allo sfascio. Per molto tempo, negli anni Ottanta, gli opinion makers e la stessa CIA sopravvalutarono l’economia dell’Impero comunista. Ancora alla fine del periodo gorbacioviano l’intelligence Usa stimava che l’Urss crescesse al due per cento annuo. In realtà l’indice di produttività era molto più basso di quello occidentale, come capirono, a loro spese, gli investitori della FIAT a Togliattigrad.

L’efficienza era un sogno, la classe operaia versava nell’alcolismo e la forza-lavoro non vedeva neppure l’ombra di un incentivo; se mai quell’industria soffriva per la mancanza cronica di materiali e pezzi di ricambio, e fin dall’inizio dell’esperimento sovietico – nonostante la Russia avesse fior di cervelli tra gli ingegneri, i matematici e gli scienziati, dipese sempre dalle forniture esterne, usurandole con il trascorrere del tempo.

Era un sistema malato e lo scontento ormai si propagava anche nelle strutture della forza, come dimostra il caso “Farewell”, un complesso intrigo spionistico, che permise agli Stati Uniti, complice il governo Mitterand, di mettere le mani su preziosi documenti del KGB e di ottenere informazioni sullo stato di salute del Partito in Patria. Reagan scoprì il segreto fatale dei suoi avversari: non avrebbero mai potuto competere con il design e lo sviluppo della tecnologia e di conseguenza del sistema industriale dell’Occidente. La “Dottrina Reagan” rappresenta quindi l’apice della Rivoluzione Conservatrice, il momento in cui l’America dimostra al mondo di essere la più forte tra le due superpotenze della Guerra Fredda, e che è destinata a prevalere.

L’idealismo democratico e la diffusione del libero mercato segnano il rintocco funebre dell’Impero sovietico. Ovviamente la politica reaganiana sconta degli errori e delle leggerezze. Lo scontro con gli uomini dell’amministrazione, come il capo dello staff Baker, o il segretario di stato Shultz, fa emergere i limiti, e i rischi, delle politiche di controllo delle esportazioni inaugurate dal Presidente per colpire gli interessi sovietici. La stessa amministrazione, smentendo per un attimo uno degli stereotipi del reaganismo – la centralità e il decisionismo del leader -, era al contrario caratterizzata da una certa ritrosia di Reagan a prendere decisioni unilaterali, preferendo che fosse il suo Gabinetto a farlo. Una politica che in parecchi casi avrebbe paralizzato l’amministrazione.

Ma su un punto la Dottrina elaborata dal Presidente cowboy era vincente. L’equivalenza morale dominante negli anni Settanta, per cui si pensava all’URSS come a un legittimo competitore globale degli Usa, era finita. L’America era meglio dell’URSS. Economicamente, da un punto di vista sociale e da quello, decisivo, degli assetti strategici e militari. I valori dell’Occidente erano superiori a quelli russi. Negli anni Settanta, proprio come avviene oggi, si pensi all’ultimo incontro sul disarmo fra Obama e Medvedev, gli Usa avevano accettato di “limitare” il proprio arsenale, favorendo una potenza avversaria che era già in declino. Nel decennio successivo, Reagan avrebbe “alzato lo scudo” per puntellare il crollo, pacifico, dell’”Impero del Male”.

(FRC 14) Che gli Usa e i loro alleati occidentali non avessero capito la crisi in cui versava l’Unione Sovietica già dalla fine degli anni Settanta ce ne accorgiamo dal trattamento riservato a due leader del comunismo che hanno fatto una fine assai diversa tra loro, il primo diventando un ascoltato uomo di stato internazionale e l’altro finito ammazzato dopo la sua deposizione. Stiamo parlando di Gorbaciov e Ceaucescu, di quell’URSS e quella Romania, che per un bel po’, furono considerate un modello di comunismo con cui si poteva fare affari. Prima di capire che il romeno Ceacescu era un autocrate paronoide con manie di grandezza, che si spacciava come indipentende da Mosca per carpire segreti e chiudere affari con i Paesi occidentali, c’è voluto parecchio tempo. Nixon se la bevve, e in seguito, grazie ai compagni romeni, il Kgb sarebbe entrato in possesso di prezioni informazioni sull’arsenale convenzionale della Nato in Europa, come quelle sui carri armati Leonard.

Anche Gorbaciov, il delfino di Yuri Andropov, due uomini uniti dal comune destino che li legava al KGB, riuscì a proporsi come un innovatore che avrebbe dato una svolta alla politica estera russa, riformando, contemporaneamente, il sistema politico, economico e sociale. Ma già da quindici anni le autorità del Cremlino sonnecchiavano, concedendo piccole aperture nella convincione che ormai il progetto comunista stava fallendo, e che i movimenti del dissenso interno (attivi già dalla fine degli anni Settanta), prima o poi avrebbero provocato una esplosione del sistema. Reagan non capì che l’Urss non poteva essere ridotta al suo leader, per quanto Gorbaciov fosse un personaggio carismatico, perché era il sistema ad essere fallito non solo i suoi leader.

(FRC 15) Gorbaciov assistette alla fine del Comunismo sovietico come una specie di Alice nel Paese delle meraviglie, che non si è mai capito quanto ci era e quanto ci faceva. Si disse “sorpreso” delle forze centrifughe, etnico-nazionaliste, che facevano traballare il regime (l’insorgenza islamica nel Caucaso, la guerra in Afghanistan), e finanche quando tornò al Cremlino dopo il tentato colpo di stato del ‘91, quando il regime aveva mostrato ancora una volta la suo violenza in un ultimo, ma non definitivo, colpo di coda, Gorbaciov non trovò altre parole se non quelle di promettere ai russi che il Paese sarebbe ripartito con una grande riforma del sistema…

Gorbaciov sembrava così spaesato di fronte agli eventi che accadevano da dare l’impressione, scherzosa, che fosse la stessa Cia a manovrarlo. In realtà, se il Cremlino era a conoscenza della crisi che stava disgregando il sistema, non aveva approfondito l’argomento quanto avevano fatto i cittadini sovietici sulla loro pelle, ed è probabile che Gorbaciov abbia creduto candidamente e sinceramente fino all’ultimo che il sistema era ancora riformabile, pur nella sua pesantissima recessione. Ma non sapeva cosa fare, e non lo fece.

In compenso, Gorbaciov fu molto abile, e lo è tuttora, nel presentare la sua operazione con un moderno marketing politico, riuscendo a dare a se stesso e ai suoi collaboratori un’aura semihollywoodiana di uomini del cambiamento, giovani, brillanti, l’esatto contrario dei vecchi e grigi apparati del passato. Ma trucchi e belletti non potevano bastare a capovolgere un fenomeno storico che ormai scorreva velocemente. Gorbaciov avrebbe avuto soltanto un modo per evitare la disgregazione dell’Unione e la fine dell’impero. Comportarsi da imperatore, scatenando il terrore e usando la forza per reprimere il dissenso interno e nei Paesi del Patto di Varsavia. Non fece neanche questo.

Solidarnosc divenne presto una forza politica riconosciuta in Polonia e alle prime elezioni libere del Paese il partito comunista venne praticamente spazzato via dal Parlamento. In Lituania, quando la popolazione decise un referendum per staccarsi dall’Unione, Gorbaciov mandò i carri armati, fece circondare Radio Vilnius, ma poi la Radio continuò a trasmettere e la popolazione fraternizzò con i soldati. L’Unione Sovietica stava finendo, più o meno pacificamente, nelle mani di Boris Eltsin.

(FRC 16) All’inizio degli anni Ottanta, fu difficile per gli occidentali comprendere ciò che stava accadendo in Unione Sovietica e nei Paesi del blocco comunista. Ma per gli studiosi, i politici e i giornalisti più attenti, era chiaro che il progetto riformista di Gorbaciov avrebbe avuto vita breve. Gli uffici del consolato americano a Berlino Est trasmettevano cablogrammi raccontando in modo un po’ naif cosa accadeva nella Germania Orientale: la gente stava ricominciando a frequentare le chiese e il revival religioso s’innestava sopra un potente spirito pacifista. Un segno che il sistema era al suo punto di rottura.

Siamo abituati, parlando del dissenso, dei movimenti antitotalitari dell’Europa Orientale, a ricordare Solidarnosc o Carta 77, ma per un decennio furono migliaia i dissidenti che si diedero appuntamento per pregare, protestare, fare piani, suonare musica jazz (il movimento “Jazz Section”), fino alla piccola Woodstock di Wroclav, in Polonia, quando i ragazzi cecoslovacchi e della Polonia si riunirono in una grande giornata di musica e libertà. Non si poteva constrastare l’onda né tantomeno Gorbaciov avrebbe mai desiderato farlo, a differenza dei suoi predecessori. Lasciò che il Papa viaggiasse in Polonia e che ospitasse a San Pietro centinaia di pellegrini cecoslovacchi, di una Nazione che non aveva certo una tradizione religiosa come quella polacca.

(FRC 17) Il primo sbandamento nella Rivoluzione Conservatrice avvenne con l’amministrazione di Bush Padre. L’America aveva fatto crollare il Comunismo sovietico e dato vita alle Rivoluzioni democratiche e pacifiche in Europa Orientale, in America Latina, Spagna e Portogallo, sotto l’alto patronato di Giovanni Paolo II. Uno alla volta, mentre Reagan si ritirava nel suo ranch in California, i grandi leader che avevano liberato i loro paesi, Lech Walesa, Nelson Mandela, Re Juan Carlos, venivano alla Casa Bianca per ringraziare gli Usa di aver esportato il modello del capitalismo democratico nelle loro terre. Doveva essere il momento in cui l’America avrebbe dovuto raccogliere tutti i frutti del suo impegno nel decennio precedente, e della Guerra Fredda. Gli Usa erano l’unica superpotenza rimasta sulla scena della Storia, e la Rivoluzione avrebbe potuto continuare ancora a lungo. Ma Bush padre e il segretario di stato Baker non si resero pienamente conto della enorme opportunità che l’America aveva per esportare il suo modello nel resto del mondo.

Invece di scaricare Gorbaciov, continuarono a dare credito al fantomatico “Trattato della Unione” che l’ultimo leader comunista ancora sognava di poter realizzare dopo la Caduta del Muro di Berlino, e che veniva appoggiato più o meno dal 3 o 4 per cento della popolazione. Bush Sn. e Baker erano dei realisti, come nella migliore tradizione della politica estera americana della Guerra Fredda. Non avevano una “grande visione”, o un ideale, se non quello di evocare un “Nuovo Ordine Mondiale” in cui ad avere il potere sarebbero state le Nazioni Unite e gli organi internazionali come l’FMI o la Banca Mondiale.

Così gli Stati Uniti persero per la prima volta l’occasione che gli era stata offerta dalla Storia. Bush padre oscillò fra gli aiuti economici alla Russia e il taglio dei finanziamenti, le rassicurazioni sul controllo degli armamenti nucleari sovietici e la paura che questi potessero finire nella mani delle persone sbagliate. Non fu una politica lungimirante ma neppure stupida visto che riuscì a contenere le spinte revansciste in Russia, almeno per una manciata di anni. Ma l’America è un Paese che ha sempre alternato fasi di grandi espansione, di enorme impegno sul campo internazionale (la Seconda Guerra mondiale e la lotta al nazifascismo, il wilsonismo della Prima), ad altre in cui si rinchiude in se stessa, dimentica del prorio ruolo e del suo esempio. L’epoca di Bush padre fu una di queste fasi.

(FRC 18) Il secondo grave errore di Bush Senior fu la Guerra nel Golfo. Il dittatore Saddam Hussein aveva invaso il Kuwait incurante delle leggi internazionali e del rispetto della integrità dei confini da parte delle nazioni. Per lungo tempo, Bush e Baker avevano cercato di dissuadere Saddam con tutte le pressioni politiche e diplomatiche possibili, ma il Rais di Baghdad decise lo stesso di sfidare la pazienza della superpotenza americana. A quel punto, Bush Padre reagì mettendo insieme una colossale operazione militare, “Desert Storm”, rinsaldando l’alleanza con i Paesi amici dagli Usa, che in poco tempo, dopo i tremendi bombardamenti sull’Iraq, (li ricordiamo grazie agli algidi collegamenti della CNN dall’Hotel Palestine di Baghdad), si rivelarono una catastrofe per l’Iraq, una sconfitta per Saddam e un grave lutto per la sua popolazione.

A quel punto in molti si aspettavano che l’amministrazione Bush completasse la missione rovesciando il regime Baath. Se lo aspettavano gli analisti di politica internazionale, convinti che l’America, dopo aver seppellito l’URSS, abbattendo Saddam avrebbe lanciato un potente messaggio agli altri Paesi dittatoriali o non democratici del mondo. Se lo aspettavano, soprattutto, i curdi e gli sciiti che dopo decenni di persecuzioni, avevano salutato la liberazione del Kuwait come il momento giusto per ribellarsi al regime che li opprimeva, li “gasava”, li gettava nelle fosse comuni. I dissidenti del mondo arabo e islamico guardavano con speranza alla caduta del Rais.

Ma Bush e Baker non si spinsero oltre. La missione, dissero, era liberare il Kuwait. Questa decisione gettò in un grande sconforto tutti coloro che avevano creduto ai principi della Rivoluzione Conservatrice che si era estesa nel mondo nel ventennio precedente. L’America lasciò intendere che non sempre si sarebbe battuta fino in fondo per dare una chance a chi combatteva in nome della libertà. L’interesse nazionale, insomma, non coincideva più con l’ideale di un mondo libero e democratico. Gli Stati Uniti si rifiutarono di proteggere chi gli aveva chiesto aiuto e abbandonarono al loro destino i curdi e gli sciiti che si erano mobilitati in Iraq.

(FRC 19) La vittoria dimezzata in Iraq fu il modello di quanto sarebbe avvenuto con l’ex Unione Sovietica. L’America aveva vinto la Guerra Fredda ma sembrava tergiversare. Quando Gorbaciov mandò le truppe sovietiche in Lituania per impedire il referendum, il segretario di stato Baker – che pure aveva promesso aiuto al leader lituano Landsbergis – se ne lavò le mani spiegando che gli Usa non avvrebbero approvato eventuali sanzioni contro il Cremlino. Il principale errore di Bush Padre fu quello di puntare sugli uomini invece di comprendere che quello in atto era un cambio di sistema, complesso, difficile, e che non poteva essere lasciato alle facoltà dei leader russi.

L’amministrazione Bush appoggiò prima Gorbaciov contro Eltsin, nonostante quest’ultimo fosse stato eletto democraticamente e godesse del consenso popolare. Poi, dopo il colpo di stato fallito del ‘91, quando “Boris” difese la Casa Bianca dall’ultimo colpo dei vecchi apparati, gli Usa diventarono tutto a un tratto il miglior alleato di Eltsin e del suo nucleo familistico, gente che, esattamente come Gorbaciov e l’establishment dei riformatori, non aveva la più pallida idea di come trasformare il Paese in base alla democrazia e alle leggi del libero mercato. I leader russi non sarebbero mai stati capaci, da soli, di regolare dei cambiamenti fondamentali come quelli legati alla introduzione della proprietà privata e ai nuovi obiettivi economici e politici.

Non era un fatto di leader, quindi, ma di sistema. Gli Usa, che per duecento anni avevano dato vita a una società multietnica, libera e ed economicamente ricca, avrebbero potuto spendere questa credibilità per convincere i leader e la popolazione russa che qualsiasi cambiamento di sistema e aiuto economico da parte degli Stati Uniti sarebbe arrivato solo dopo che l’amministrazione americana si fosse convinta che i soldi non fossero finiti nel buco nero della corruzione e della illegalità. Un intero sistema era collassato, ma gli Usa, non volendo forzare la mano, contribuirono indirettamente ad alimentare il caos successivo alla ‘caduta’. Avrebbero potuto usare ancora le radio e i mezzi di comunicazione di cui Reagan si era servito per ‘dialogare’ con il popolo russo, ma anche questa strada fu abbandonata.

Bush e Baker, così come avrebbero fatto Clinton e Christopher, non capirono, o forse non vollero capire, che per sancire il passaggio dal regime comunista alla democrazia sarebbe stato necessario processare, direttamente o indirettamente, la vecchia nomenclatura, come era avvenuto in Germania, Italia, Giappone, dopo la Seconda Guerra mondiale. L’Occidente invece di dichiarare vittoria abbandonò la Rivoluzione Conservatrice, e i processi che avrebbero dovuto fare chiarezza sul passato, sulle colpe degli uomini di regime, sulle complicità della gente comune, diventarono sempre più remoti – nel momento in cui le stesse strutture della forza e i servizi segreti dell’ex Kgb manipolavano gli archivi distruggendo, alterando, e falsificando le prove di quanto era accaduto.

(FRC 20) Gli archivi sovietici rappresentavano il sogno dei giovani rivoluzionari conservatori americani che avevano vinto la Guerra Fredda e adesso aspettavano il loro turno, nei loro uffici dei centri di ricerca e di nascenti ma già potenti “pensatoi” come l’American Enterprise Institute. I ricercatori americani ebbero accesso, per un  breve periodo, all’inizio degli anni Novanta, ai grandi hangar dell’intelligence sovietica, un miniera inestimabile per capire non solo come si era strutturato il potere dell’apparato comunista ma anche per analizzare le sue propalazioni nei Paesi dell’Europa Occidentale. A differenza del Nazifascismo, il Comunismo sovietico però non cadde in modo violento e traumatico, né ci furono processi ai gerarchi.

Eltsin dichiarò per breve tempo il partito comunista illegittimo in Russia ma i veterani del regime e le primule rosse del postumo Gorbaciov erano ancora pronte ad occupare posti nella Duma. Questa “resa dei conti” dimezzata con il passato avrebbe potuto essere completata (com’è avvenuto nella Repubblica Ceca o in Polonia, con i vari gradi della Lustracia), e aprire gli archivi, comunicare le informazioni in essi contenute alla popolazione sovietica e agli altri Paesi del mondo avrebbe contribuito a una pacificazione più reale.

Invece, ben presto, spaventati dalla concorrenza che giornali, istituti di ricerca, think-tank facevano per accaparrarsi scampoli dei dossier, i russi si chiusero a riccio sui loro segreti. Eltsin si piegò firmando un decreto che rinviava di trent’anni la diffusione delle informazioni sensibili. Nei ranghi più o meno bassi della burocrazia e della nomenclatura, in quelli dell’esercito e delle nascenti “strutture della forza” decisive per l’ascesa di Vladimir Putin, i comunisti rimasero a governare come avevano sempre fatto per circa un secolo. I servizi putiniani, eredi di quelli dell’Urss, ripresero a tessere trame con i Paesi dell’Europa Orientale e delle aree di influenza sovietiche. La sopravvivenza del comunismo era garantita. A metà degli anni Novanta, Londra denunciava la presenza di una rete spionistica russa attiva sul territorio inglese. Nessun alto ufficiale o generalissimo del KGB e dell’esercito passò dalla parte dell’Occidente dopo la Caduta dell’URSS.

(FRC 21) Mentre George Bush non aveva capito fino in fondo il momento storico che l’America stava vivendo durante la Rivoluzione Conservatrice, e si era dimostrato incapace di cogliere quella opportunità, il Presidente democratico Bill Clinton – dalle sue politiche verso la Russia a quella con la Repubblica Popolare cinese apparve a tutti come un vero e proprio controrivoluzionario. Clinton avrebbe chiesto agli Alleati occidentali di combattere in Bosnia per rovesciare il regime comunista serbo di Milosevic. Ma né lui, né il suo predecessore Bush si erano curati delle stragi perpetrate dal duo Gorby/Shevardnadze in Georgia o Afghanistan.

Due presidenti, uno repubblicano e uno democratico, sprecarono entrambi l’occasione di ampliare ancora di più la Rivoluzione Conservatrice che si era compiuta fra la metà degli anni Settanta e gli anni Ottanta. Bush non sapeva cosa fare: restare in Europa, rafforzare la Nato, e dove collocare la nuova linea di Yalta? Al Repubblicano, come al democratico, mancava una “visione del mondo”.

Non solo l’America favorì le elite russe, Gorbaciov piuttosto che Eltsin, ma si prodigò per far arrivare a Mosca armamenti avanzati, mettendo mano a una politica di “decontrolling” si giocattoli come quelli usati per la guerra subacquea e sottomarina, tecnologie per la guerra laser, semiconduttori e microprocessoeri, sistemi per la visione satellitare, tecnologia digitale e informatica avanzata che avrebbe trasformato Mosca in uno dei grandi player della cyberwar contemporanea. Clinton avrebbe ripetuto lo stesso errore con la Cina.

(FRC 22) Durante la sua campagna elettorale, Bill Clinton si propose all’elettorato come l’erede della Rivoluzione Conservatrice: disse di voler ridurre il peso delle tasse, di voler tagliare i rami secchi della burocrazia e dare maggior potere alle forme di governo locali – in definitiva, al popolo stesso. Parlò di “small governement” e “new left” ma era un impostore. Una volta eletto, infatti, mostrò che l’origine dei suoi ideali era piuttosto rintracciabile nel socialismo degli accademici dei dipartimenti universitari americani dove ancora si idolatrava il marxismo.

Clinton disse di voler “reinventare il governo” e di voler stabilire “un nuovo accordo fra bussiness e governo”, ma durante i suoi due mandati il peso dello stato nella vita americana aumentò e la libertà dei suoi cittadini diminuì. L’esempio migliore, tanto più che attualissimo, del crepaccio apertosi fra le sue dichiarazioni ideali e la realtà delle decisioni politiche, è quello del progetto di riforma del sistema sanitario nazionale.

Clinton diede l’impressione d’ispirarsi a modelli del welfare come quello canadese o dei Paesi dell’Europa occidentale, proprio nel momento in cui questi modelli, entrati in una profonda crisi, stavano cercando una loro ristrutturazione. L’idea di sanità pubblica di Clinton, come quella del suo erede, Obama, sono l’aspetto più controrivoluzionario di quella visione democratica che ha rimesso in discussione alcuni dei valori fondanti della Storia americana. Lo slogan era “power to the people”, ma il potere lo presero i congressisti e i lobbisti di Capitol Hill favorevoli alla riforma, in una parola la “nomenclatura” clintoniana che, ancora oggi, gravita intorno alla Casa Bianca.

(FRC 23) La stessa linea Clinton la seguì anche in politica estera. Aveva vinto le elezioni criticanto l’attendismo dell’amministrazione di Bush Padre in Bosnia, di aver venduto armi a Saddam Hussein e di aver tenuto una politica soft con i comunisti della Cina. Ma la sua era una politica degli annunci, essendo Clinton un “hamiltoniano” interessato innanzitutto a favorire l’interesse nazionale americano nel mondo (parliamo di interessi economici), annunci che venivano capovolti e drasticamente cambiati quando le mutate esigenze lo richiedevano.

E’ facile essere degli idealisti a parole. Clinton bacchettò la Cina sulla repressione omicidiaria condotta su larga scala dalla Repubblica Popolare, ma nello stesso tempo fu il Presidente che avrebbe venduto il più alto numero di armi e tecnologie avanzate a Pechino. Se Bush si era fidato ciecamente di Gorbaciov, Eltsin divenne il preferito da Clinton, anche quando il nuovo presidente russo decise di posticipare di qualche decennio l’apertura degli archivi del Partito comunista sovietico.

Clinton accusò Bush Padre di aver perso il controllo sulle tecnologie avanzate, permettendo a Saddam di rafforzare il suo arsenale di armi illegali, ma il Presidente democratico sarebbe andato molto oltre, smantellando l’intera struttura di controllo dell’export americano. Clinton adottò le politiche tipiche del Big Bussiness americano, favorendo, in questo modo, il decollo tecnologico dell’industria cinese. L’esempio migliore è quello del “decontrolling” clintoniano sui supercomputer.

(FRC24) Negli anni Novanta esistevano degli organismi internazionali, nel seno della Nato, che si occupavano di controllare l’export delle tecnologie  come quella informatica dagli Usa al resto del mondo. Era il caso dei “Supercomputer”, quelle macchine la cui potenza in CTPs (composite theoretical operation per seconds) veniva misurata in MTOPs (millions of  theoretical operation per seconds). Oltre una certa soglia di MTOPs non si potevano vendere computer a potenze straniere. Naturalmente le grandi multinazionali dell’informatica facevano pressione sul Congresso e sulla Casa Bianca affinché questa “soglia di sicurezza” venisse abbassata, per poter fare affari più facilmente.

Ma ogni volta che il governo americano provava a sollevare quella soglia, gli organismi atti al controllo dell’export, criticavano queste decisioni; Clinton si sbarazzò di quegli organismi, e in dieci anni, nel giro dei suoi due mandati, permise alle grandi corporation di vendere i supercomputer e altre tecnologie sensibili agli avversari dell’America, in particolare ad uno di essi, il più pericoloso e lontano dalla democrazia americana, la Repubblica Popolare Cinese. I cinesi si sarebbero impossessati di tecnologie utili a dotarsi di armi di distruzione di massa, tecnologie che con il passare del tempo sarebbero state rivendute agli “stati-canaglia” come l’Iran, il Pakistan o la Corea del Nord.

Se pure, grazie alla intelligence e alle fonti locali, gli americani avessero potuto continuare ad ottenere informazioni sul grado di sviluppo delle tecnologie militari di questi Paesi, non erano comunque più in grado di impedirgli di dotarsi di esse. Il ministero del commercio con l’estero disse chiaramente che la lista degli organismi che controllavano l’export andava modificata e che lo sarebbe stata in base alla discrezione dell’Amministrazione. Nel 1993, il segretario di Stato Perry annunciò che gli Usa avevano venduto a Pechino tecnologie informatiche utili a simulare esplosioni nucleari – un genere di supercomputer che Clinton aveva fatto rientrare nel suo “decontrolling” delle più potenti macchine informatiche. Probabilmente l’affare chiuso con i cinesi avrà contribuito ad evitare dei veri test nucleare in Cina, ma permise anche a Pechino di proseguire nel suo segreto programma di ricerca nucleare.

(FRC25) Ma non solo di computer si trattava. Clinton pensò bene di favorire i cinesi anche creando una “relazione privilegiata” fra i turbocomunisti di Pechino e la McDonnel Douglas, una compagnia aerea americana in via di fallimento. Pur di salvarla e di fare nuovi affari, l’Amministrazione permise indirettamente ai tecnici e agli esperti cinesi di visitare gli hangar della compagnia, fra le proteste dei lavoratori dell’azienda, che si lamentavano di trovarsi da un giorno all’altro fra i piedi gli esperti di Pechino che facevano foto, giravano filmini, impadronendosi di altrettante informazioni sul sistema aereo, civile e militare, degli Stati Uniti.

Clinton sapeva che la Cina era uno dei grandi proliferatori nucleari del mondo ma permise a McDonnel Douglas di chiudere l’accordo e ottenere le licenze, a patto, si disse, che le tecnologie americane fossero usate per scopi civili e che le autorità Usa avessero potuto verificare che uso ne veniva fatto. Ma i cinesi spostarono subito le tecnologie e lo know-out ricevuto da Pechino a centri segreti e militari, venendo quindi meno all’accordo. Di conseguenza, i responsabili di McDonnel Douglas informarono il Dipartimento del Commercio di quello che stava avvenendo. Il Congresso iniziò a indagare. Ebbene, Clinton fece passare con un colpo di mano un nuovo accordo in cui si chiedeva alla Cina di “riunire” le tecnologie disperse in un’unica città, i cinesi accettarono, e McDonnel Douglas riprese a fari affari e a costruire aerei con la Cina (che intanto, con l’hardware della compagnia americana, costruiva nuovi cacciabombardieri d’accordo con la Russia).

Si scoprì che la Cina aveva venduto delle componenti per il programma nucleare pakistano, che grandi gruppi americani come Lockerbie usavano vettori cinesi per mettere in orbita i loro satelliti, fino a quando, nel 1996, un ammiraglio della marina nel Golfo persico denunciò che la Cina stava vendendo missili anti-nave all’Iran. Il Dipartimento di Stato si assicurò prontamente di annunciare agli americani che non si trattava di armi pericolose. Invece di pensare a delle sanzioni, o almeno a smetterla di svendere la tecnologia americana al gigante cinese, Clinton incontrò il presidente Jan Zemin  e disse che era nell’interesse nazionale americano far sì che i popoli dei due paesi avessero la stessa ricchezza e le stesse opportunità. Qualche settimana prima, Pechino aveva seriamente minacciato il suo nemico storico, Taiwan.

Clinton, dunque, aveva aiutato la dittatura comunista a rafforzarsi e, indirettamente, favorito la corsa agli armamenti degli “stati-canaglia”. Il presidente aveva creduto che legare il debito pubblico americano all’economia cinese, coivolgere la Cina in un sistema di crediti e di scambi, avrebbe favorito la democratizzazione di quel paese, o perlomeno, visto cosa accadeva in Cina sul tema dei diritti civili, sarebbe stato utile agli interessi nazionali (economici) americani. L’idea era che fare affari con Pechino avrebbe stemperato le politiche più ostili del governo comunista verso gli Usa. Era una nuova versione della politica della “detente” già sperimentata senza successo dal duo Nixon/Kissinger durante la Guerra Fredda.

(FRC26) Ricorderemo la politica estera di Clinton per gli accordi di Dayton in Bosnia: i bombardamenti sulla Serbia avevano costretto in poco tempo il regime di Milosevic a chiedere un armistizio. La guerra era finita, ma Clinton decise comunque di inviare sul campo, quando ormai la pulizia etnica era stata portata a compimento, un massiccio numero di truppe, a quel punto inutili. Nello stesso tempo, lo ricorderemo per i tagli alla spesa militare.

Fu un Presidente a cui non interessava promuovere la democrazia, al massimo l’economia degli Usa. L’Amministrazione Clinton non vedeva un ruolo particolare o una missione per l’America nel mondo; come per il suo predecessore, Bush Padre, gli Stati Uniti dovevano cedere parte della loro egemonia a strutture sovrastatuali, come le Nazioni Unite, la Nato, o comunque cercare l’approvazione internazionale. Con la Russia, Clinton portò avanti una serrata diplomazia amichevole con Zar Boris. Con Milosevic, si decise a intervenire solo quando nelle televisioni americane arrivarono le immagini dei cecchini di Sarajevo. Con le nuove democrazie dell’Europa Orientale, come la Polonia e la Repubblica Ceca, non andò oltre la chimerica “Partnership for Peace”, che convinse i governi delle nazioni liberate dal comunismo a non aspettarsi aiuto dall’amministrazione democrat.

Tutto ruotava intorno all’economia, “It’s the economy, stupid”. Con la Cina, svendette tecnologie di ultima generazione che potevano essere usate a scopi militari e rivendute agli “stati-canaglia”. Libia, Iran, Siria, Corea del Nord. Nella visione mercantilista della politica estera di Clinton, l’arma preferita per fare pressione sui Paesi avversari era l’embargo, una trovata a metà fra il miliare e il diplomatico, che ha sempre caratterizzato le fasi “jeffersoniane” dell’America, come quella che sta vivendo attualmente con Obama. Clinton avrebbe dovuto fare solo un embargo: quello per fermare le forniture di armi ai serbi di Bosnia. Non lo fece, come non lo fece in Cecenia, o nel Ruanda.

(FRC27) Il messaggio che si era diffuso tra le grandi capitali del mondo negli anni Novanta era chiaro. Il popolo credeva in se stesso. Si era ribellato, in Unione Sovietica come in Messico, in America Latina come in Europa. La pesante sconfitta dei Democratici alle elezioni per il Senato del 1994 mostrò che gli americani non approvavano un Presidente che aveva tradito lo spirito della Rivoluzione del decennio precedente.

La gente aveva ben chiaro che tipo di sistema politico voleva: un sistema che si intromettesse il meno possibile nella sfera della vita privata. Istituzioni su cui si potesse esercitare il massimo controllo, un’amministrazione dello Stato leggera, più responsabile ed efficiente, meno costosa. Non fu semplicemente una “rivolta fiscale” ma una battaglia per l’autogoverno democratico, un ideale che sia Reagan che la Thatcher esportarono anche al di fuori del mondo anglossassone, convinti che il mondo libero non sarebbe stato tale fino a quando altri regimi e tirannie non fossero cadute.

L’establishment liberal, con l’appoggio del mondo accademico e dei media, cercò di ridurre la rivoluzione in corso a uno o più segmenti sociali, come una reazione a questo o a quell’altro leader politico, oppure come una reazione ad un sistema corrotto. Si parlava di “riforme”, di Nazioni Unite, Unione Europea, Confederazione degli Stati Indipendenti, ma il realtà si stava solo descrivendo la nuova grande burocrazia globale. Clinton però non sarebbe riuscito a far passare la sua riforma sanitaria.

Chi si batte per la rivoluzione conservatrice desidera che il potere torni nella mani di chi lo deteniene davvero, il popolo. E il popolo, gli elettori, avevano mandato a quel Paese Clinton, il partito conservatore canadese, il pentapartito italiano, i socialisti di Mitterand in Francia. In America Latina, una nuova generazione di leader parlava di decentralizzare il potere, privatizzazioni economiche, cultura d’impresa, meno controllo da parte del governo e dei suoi apparati. C’era anche chi, come Nelson Mandela, aveva iniziato pensando al comunismo ed era finito a recitare Milton Friedman, parlando di tagli alle tasse e privatizzazioni. Un attore aveva governato l’America, un autore di testi per il teatro la Repubblica ceca, un uomo d’affari aveva preso il posto della gerontocrazia nel Belpaese. Come dire, l’anomalia non è mai stata solo Berlusconi.

(FRC28) Negli anni Novanta la Rivoluzione Conservatrice venne messa per la prima volta in seria discussione. Come ha scritto una volta lo storico francese Francois Furet, l’odio della borghesia verso la società borghese è vecchio quanto la borghesia stessa ed è una delle caratteristiche della democrazia. Ecco perché, nonostante i valori di libertà economica e individuale dell’Occidente avessero trionfato in diverse parti del mondo, le leadership dei Paesi occidentali non furono in grado di raccogliere i frutti di quella semina. Da Mosca a Minsk, da Teheran a Baghdad, i nemici della democrazia rialzavano la testa, sfruttando la debolezza occidentale per rafforzarsi o prendere il potere ed eventualmente usarlo contro l’America e i suoi alleati.

Il problema è che la Rivoluzione conservatrice, essendo una rivoluzione capitalista, aveva creato nello stesso tempo opportunità e diseguaglianze, vincitori e vinti. Questo spingeva molti occidentali a mettera tra parentesi il valore fondante della democrazia, la libertà, per sostituirlo con quello della eguaglianza sociale. Come ha mostrato Furet, il concetto di eguaglianza è stata la fessura da cui il comunismo ha potuto penetrare nel mondo occidentale, presentandosi come un sogno e una utopia democratica anche quando i regimi che aveva creato erano ormai andati distrutti.

Gli intellettuali di sinistra occidentali non riescono ancora a capacitarsi che un sistema instabile, imperfetto, come il capitalismo, tanto più quello caotico e inelegante dell’America, abbia potuto prevalere sull’ideale egalitario che era al cuore del comunismo. Non è una novità. Quando il corrispondente francese da Mosca per la rivista di sinistra france l’Humanité descrisse il Terrore bolscevico nel nuovo stato comunista, la Lega per i diritti umani francesi chiese che le sue articolesse fossero censurate. Il Terrore, da allora, sarebbe stato spiegato in tanti modi – l’accerchiamento dell’URSS da parte delle potenze capitaliste piuttosto che il sabotaggio borghese – ma in realtà erano tutte spiegazioni che servivano a coprire quanto accadeva a Mosca, grazie al cerotto sugli occhi di chi, in Occidente, si beveva la disinformazione messa in atto dal KGB e dagli strumenti di propaganda sovietici.

Meglio ancora, si trattava di una forma di autocensura da parte delle stesse elite culturali occidentali, troppo impegnate a decostruire la democrazia capitalista per curarsi di quello che accadeva dall’altra parte della Cortina di Ferro. La stessa rimozione sarebbe accaduta alla Cina, di cui abbiamo ignorato le purghe fino a quando Deng non si è deciso a parlare, lo stesso Deng di  Tien An Men.Negli anni novanta, uno studente di Stanford, celebre e autorevole università americana, perse la sua borsa da ricercatore dopo aver presentato un progetto in cui si descriveva il femminicidio scientifico messo in atto dal governo cinese attraverso l’arma dell’aborto preventivo.

Per molti intellettuali, di sinistra ma anche di destra, darla vinta all’America avrebbe significato la fine dei loro ideali e di tutto ciò per cui avevano combattuto. E c’era un’ultimo, grave timore, da parte loro verso il capitalismo. Il merito, la concorrenza, la lotta che fa emergere i migliori: il mercato culturale era un sistema impensabile per chi era abituato a sedere alla destra del Principe. Ancora oggi, l’intellettualità diffusa dei Paesi occidentali è attratta dalla regolazione centralistica del libero mercato, a dispetto dei successi del mercato e dei fallimenti del comunismo. Il bailout e la riforma sanitaria di Obama dimostrano che attualmente anche la classe politica americana è affascinata da uno statalismo soft, un revival socialista che l’astuto Obama sa dissimulare tra le pieghe della sua politica di centro.

(FRC29) Le pulsioni stataliste delle elite culturali occidentali possono essere efficacemente riassumente nella “Japan vogue” degli anni Novanta. In America, strateghi come Edward Luttwak, economisti liberal come Felix Rohatyn, ed editori conservatori come Forbes, temevano l’aggressiva economica giapponese, giudicandola il segno dell’incipiente declino americano. Un sistema bancario fortemente centralizzato, un dirompente mercato immobiliare, l’ansia di chiudere affari lucrosi e di vivere al di sopra delle proprie possibilità, era stata questa l’ascesa del Giappone dalla metà degli anni Ottanta in avanti.

E tutti, nei Paesi occidentali, a lodare l’ecomonia pianificata di lungo periodo nipponica, e il suo progressivo insediamento come una “sottoeconomia” sempre più propulsiva all’interno di quella americana. Ma la bolla immobiliare giapponese avrebbe mostrato che le tanto decantate virtù programmatrici degli investitori di Tokyo si poggiavano su un assetto finanziario rischioso (si pensi ai maestosi piani per la conquista del mercato immobiliare delle Hawaii, miseramente falliti). Quando il mercato nipponico crollò, trascinandosi dietro imprese e investitori, nessuno di quelli che in Occidente avevano predetto l’imminente conquista dell’economia globale da parte di Tokyo ammise che il sistema americano, ancora una volta, si era dimostrato il più forte e il più capace di riconvertirsi e continuare a produrre ricchezza.

L’inestricabile alleanza fra establishment culturale, giornalisti, media e classe politica, favoriva la diffusione di questo strisciante antiamerianismo. L’antiamericanismo, storicamente, è stata una caratteristica dei regimi fascisti e del comunismo, e di quegli intellettuali, per esempio fascisti, che dopo la caduta del regime passarono a sinistra. Per la destra, l’America è ignorante, incurante della sua missione nel mondo, senza una “grandeur” spirituale. Per la sinistra, l’America è il suo capitalismo rampante e di rapina, un Paese razzista dove l’anticomunismo è divenuto qualcosa di simile al fascismo. Quanto questa visione sia penetrata nella società lo dimostra l’industria del cinema hollywoodiano, che ha dedicato decine di film al maccartismo ma non se ne ricordano tanti sullo stalinismo. La Rivoluzione francese e quella russa, care alla sinistra, piacciono anche ai grandi produtttori americani.

(FRC30) Nel corso degli anni Novanta, l’intellighenzia di sinistra americana ha acquisito sempre più rilevanza politica, grazie a un’allenza con i giornalisti – a loro volta sempre più insider alla Casa Bianca e nelle amministrazioni governative (la classe politica ha sempre più paura di finire sotto le grinfie della stampa). I giornalisti condividono la visione di fondo delle elite, e sono diventati la “longa manus” delle elites culturali a Washington. I giornalisti ne escono legittimati, le elites acquistano visibilità sui media con le loro teorie. In questo quadro dai tratti orwelliani, l’ex direttore di Time e grande amico di Bill Clinton, Mr. Strobe Talbott, dedicà la copertina della sua rivista a Gorbaciov. Era il 1990, e l’articolo di Time lamentava la sfortuna che aveva provocato il crollo dell’Urss. Non era stata una vittoria degli Usa, ma un fallimento di Mosca.

Per capire in che modo la stampa occidentale fosse ostile allo spirito della rivoluzione democratica, ancora una volta può venirci in soccorso il Giappone. Nell’estate del 1994, il New York Times pubblica una storia destinata a suscitare grande clamore sui finanziamenti americani al partito liberaldemocratico giapponese negli anni Cinquanta, attraverso la Cia. Un classico del genere spionistico, con gli agenti costretti a chiedere scusa e i politici implicati nella imbarazzante posizione di dover dare delle spiegazioni. Questa storia incuriosisce Vladimir Bukovsky, un dissidente sovietico esiliato in Gran Bretagna.

Bukovsky ha lasciato da poco tempo Mosca con una serie di importanti informazioni e documenti sulle attività del Politburo e del Kgb, tra cui le prove che il partito socialista giapponese aveva ricevuto un sostegno segreto da Mosca dagli anni cinquanta fino agli anni Novanta. Bukovsky contatta il New York Times per informarlo della vicenda ma il quotidiano non è interessato alla pubblicazione. La storia della Cia e dei liberaldemocratici giapponesi di trent’anni prima sì, quella dei sovietici e dei socialisti nippocini, proseguita fino agli anni Settanta, quindi molto più recente, no.

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