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Bollenti Spiriti

Questioni di Frontiera: La rivoluzione conservatrice secondo Giovanni Paolo II. Diario FRC/9 ( continua... )

17 Apr
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Questioni di Frontiera

papa-Wojtyla-ferito3di Ronnie. L’Unione Sovietica crollò per diversi motivi. Per la pressione esercitata da Ronald Reagan e per la debolezza del progetto riformista di Gorbaciov, certamente. Ma anche perché la fine del XX secolo vide muoversi sulla scena della Storia un personaggio decisivo – Papa Giovanni Paolo II – che aveva capito come singoli individui in certe contingenze storiche possono rivelarsi determinanti per una rivoluzione pacifica. Esattamente quella che avrebbe vissuto la sua Polonia, il Paese che da quel sussulto rivoluzionario sarebbe diventato la democrazia liberale forte e stabile che conosciamo oggi, tanto più dopo aver visto la reazione del popolo e della classe dirigente di Varsavia all’11 Settembre di Katyn.

Fin dall’inizio del suo pontificato, il Papa fece capire ai sovietici che sarebbe stato un osso duro. Il leader comunista italiano Giancarlo Pajetta aveva previsto che l’ex cardinale Wojtyla non avrevve più turbato i sonni dei compagni polacchi sbarcando in Vaticano, ma accadde esattamente il contrario. Da Solidarnosc all’America Latina, Wojtyla fu un Papa deciso a contrastare l’avanzata del comunismo, parallelamente, ma non in maniera subordinata agli Usa.

Nel Marzo del 1981 il Papa scese all’areoporto di Managua, in Nicaragua, dove lo attendevano le gerarchie ecclesiastiche locali, affascinate dalla nuova “teologia delle liberazione” che rileggeva il marxismo in chiave cattolica. Quando il ministro della cultura Cardenal s’inchinò per baciare l’anello pontificio, Giovanni Paolo lo colpì di sfuggita al volto, un rimprovero neanche troppo simbolico alla chiesa che scendeva a patti coi sovietici, via sandinista.

Giovanni Paolo II fu anche un abile diplomatico, capace di incontare privatamente il Generale Jaruzelsky, il leader polacco caro al Cremlino, mentre infuriava la rivolta non violenta di Solidarnosc. Con il suo esempio, seppe interpretare il senso della rivoluzione conservatrice, mettendo la Chiesa Cattolica al centro della battaglia fra libertà ed eguaglianza, mercato e collettivismo, materialismo capitalista e comunista.

Da quel momento, sarebbe partito un revival cattolico che dura ancora oggi con il suo successore, Benedetto XVI, e che ha permesso al Vaticano, pur in un contesto di generale arretramento del cattolicesimo dinanzi ad altre denominazioni religiose, di rappresentare un bastione della democrazia in Occidente (Leggi dall’inizio…).

 

La fine della Rivoluzione Conservatrice

L’affermazione del movimento conservatore alla fine del XX secolo nel mondo occidentale è stata una rivoluzione di cui spesso si tende a non percepire per intero la portata. Partita negli anni Settanta in Spagna e nel Portogallo, la Rivoluzione conservatrice è scoppiata in America e Gran Bretagna negli anni Ottanta, ha toccato l’America Latina, si è estesa nell’Europa dell’Est e in Europa Centrale negli anni Novanta.

Ha avuto per protagonisti Ronald Reagan, Margaret Thatcher, Giovanni Paolo II. Poi, è tornata nel Paese da cui tutto era cominciato, gli Stati Uniti, con l’11 Settembre e i due tormentati mandati del Presidente George W. Bush. E’ stata un’epoca in cui numerosi regimi oppressivi e antidemocratici sono caduti e i parlamenti delle nazioni democratiche, dalla Camera dei Deputati italiana alle aule del Congresso degli Usa, sono profondamente cambiati, qualcuno dice svuotandosi di senso di fronte a premiership sempre più forti e virtualizzate.

La gente aveva iniziato a capire che non sempre lo Stato è in grado di fare meglio quello che puoi riuscire ad ottenere tu, da solo, come individuo, o attraverso delle organizzazioni spontanee e temporanee di individui, capaci di risolvere i problemi basilari dell’umanità. La caduta dell’Impero Sovietico sembrò a molti una “Seconda Rivoluzione Democratica”, dopo quella che aveva contribuito a gettare le fondamenta degli Stati Uniti. Per quasi vent’anni, i leader e i politici del mondo occidentale hanno creduto che i valori della democrazia fossero sbocciati nel resto del mondo, ma alla fine anche quella conservatrice si è rivelata una Rivoluzione tradita, una rivoluzione mancata.

Oggi il conservatorismo in Occidente sembra come sospeso e in cerca d’identità. In America i repubblicani reagiscono confusamente davanti al vittorioso protagonismo pragmatico di Barack Obama, in Europa Sarkozy trema e i partiti liberali scontano la concorrenza di nuovi e aggressivi movimenti populisti capaci di conquistarsi una inaspettata egemonia. Racconteremo l’ascesa, la crisi e le prospettive del conservatorismo in un diario, da oggi fino all’estate.

(FRC/2). Se pronunciamo la parola Rivoluzione siamo abituati a pensare alla Rivoluzione Francese, che ebbe indubitevoli meriti nel far progredire ed avanzare la democrazia in Occidente, ma che al tempo stesso, almeno se restiamo alla Francia rivoluzionaria, fallì, schiacciata dal Termidoro e poi dal Bonapartismo, prima della Restaurazione. Il “Terrore” ci ha mostrato come sia possibile combinare la retorica democratica radicale con un terrore istituzionalizzato e “rivoluzionario”. Si parla di Democrazie Totalitarie proprio per indicare questa potenza dello Stato che s’impadronisce della vita dei suoi cittadini, com’è avvenuto in Italia con il Fascismo, in Germania con il Nazismo, nell’Unione Sovietica comunista.

Si dovrebbe invece ricordare un po’ più spesso di quanto non si faccia cos’è stata la Rivoluzione Americana, che fin dall’inizio non si è mai ben capito se fosse esplosa in un Paese, appunto, rivoluzionario o conservatore. Fatto sta che quella americana fu, rispetto alla francese, una rivoluzione vincente, oltre ad essere molto più profonda: ha creato una democrazia stabile, là dove l’altra ha dato vita o ha ispirato degli esperimenti politici di volta in volta fallimentari.

La vera novità della Rivoluzione Americana era il suo spirito paradossale. A differenza di quanto avveniva in Europa, ed avviene ancora oggi, il popolo americano, dopo aver rivendicato ed esercitato a pieno la propria sovranità, decise di darsi un governo e delle leggi. Nello stesso tempo, mise dei paletti al potere del governo. Tutti i governi, secondo i rivoluzionari americani, dovevano avere dei poteri limitati, ed ogni autorità pubblica doveva muoversi entro i confini stabiliti dalla Costituzione e dalla Dichiarazione dei Diritti. Il governo nasceva dal consenso popolare e ne era limitato.

I singoli cittadini hanno più importanza dello Stato? Questo è un convincimento che ai giorni nostri viene spesso tacciato d’essere “conservatore” proprio perché non riusciamo a staccarci dalla immagine della Rivoluzione offerta dalla sinistra, e intesa unicamente come una sollevazione degli oppressi contro gli oppressori. Ebbene, negli ultimi vent’anni la Rivoluzione Conservatrice si è fondata su basi completamente differenti, sull’idea, cioé, che il sistema politico andava cambiato, trasformato in modo radicale, per avvantaggiare l’individuo.

L’individualismo è stata la più potente molla del conservatorismo in Occidente alla fine del Novecento, anche se oggi è un concetto che sta sbiadendo, che sembra aver perso confidenza nella sua forza e nella giustezza della sua causa. L’America Obamiana, dalla riforma della sanità ai bailout per salvare l’economia, vede un ritorno in grande stile dello Stato che fa da balia ai cittadini, limitando il loro potere di vigilanza su quello che avviene nella Sala Ovale della Casa Bianca.

(FRC3). La fine degli Settanta fu un un incubo per la politica estera americana, in un momento di grave crisi economica interna (lo scandalo “Watergate”) e davanti alle violente tempeste economiche indotte dagli schock petroliferi. L’Unione Sovietica, al contrario, sembrava in piena espansione, e le rivoluzioni comuniste marciavano trionfanti nel Terzo Mondo, nel Corno d’Africa come in America Centrale. Gli storici americani parlarono di “crisi di sistema”, di un sovrasforzo economico (economic overreach), di una società del controllo finita nella mani della CIA e del KGB, oppure, come il segretario di Stato dell’amministrazione Carter, Cyrus Vance, inseguirono il miraggio di “sogni condivisi” con il terreo Breznev.

Era il mito della moral equivalence, favorito dalla disinformazione sovietica per legittimare l’URSS come superpotenza alla pari degli Usa: all’inizio, Alexander Solzhenitsyn veniva considerato un fanatico religioso e le sue descrizioni dei gulag alla stregua di fantasie. La debolezza dell’America di fronte alle Democrazie Totalitarie s’infrangerà nella Rivoluzione Islamica dell’Iran khomeinista del 1979, il punto più basso della Presidenza Carter.

Questo è il motivo per cui la Rivoluzione Conservatrice, alla fine degli anni Settanta, non scoppiò in America, ma in un Paese europeo che più di altri sembrava pronto a cogliere i frutti della nuova onda conservatrice: la Spagna che si apriva alle libertà politiche e alle opportunità economiche dopo il lungo regime di Franco. Il modello della democrazia capitalista avrebbe attratto, in misura analoga, anche il Portogallo.

Alla fine degli anni Settanta, questi due Paesi rappresentarono un laboratorio di successo per le “rivoluzioni democratiche” che stavano covando e che sarebbero scoppiate nel decennio successivo, dall’America Latina all’Europa dell’Est. Il modello del passaggio dalla dittatura alla democrazia, in modo pacifico, e senza l’intervento o la tutela decisiva degli Usa, impegnati, almeno durante la “rivoluzione spagnola”, su altri fronti critici come il Vietnam, l’America centro-meridionale e il Medio Oriente.

Il conservatore Adolfo Suarez in Spagna e il socialista Mario Soares in Portogallo riuscirono a trasformare politicamente i rispettivi Paesi, innescando una serie di riforme istituzionali ed economiche il cui successo, almeno in Spagna, si percepirà meglio solo nei decenni successivi, e che sarà raccolto e secondo alcuni in parte sperperato dalla lunga egemonia del leader socialista Zapatero.

Due uomini diversi, Suarez e Soares. Il primo un conservatore erede del franchismo, l’altro il campione delle nuove avanzanti socialdemocrazie. Ma uniti dal desiderio di far ripartire il motore economico e democratico della penisola iberica. Suarez con l’aiuto di Re Juan Carlos, Soares con l’aiuto dei militari legati al generale americano Alexander Hamilton…

(FRC/4) Anche il Portogallo, come la Spagna, usciva da una lunga dittatura di stampo fascista e dovette attendere gli anni Settanta per avere la sua Rivoluzione Democratica. In quel decennio l’intera penisola iberica fu attraversata da potenti forze del cambiamento, che avrebbero portato il Paese sull’orlo della guerra civile, trasformandolo in uno dei tanti fronti della Guerra Fredda. L’uomo di Mosca in Portogallo si chiamava Alvaro Cunhal, uno dei più grandi stalinisti del dopoguerra europeo. Non aveva un enorme seguito elettorale ma era fiducioso nella tecnica leninista per la conquista del potere: pochi ma buoni.

La Rivoluzione democratica in Portogallo scoppia nel 1974, quando la popolazione mette fiori nelle canne dei fucili dei soldati. L’esercito guidato da generali e ufficiali di simpatie socialiste viene visto come il liberatore. L’anno prima, si era costituito il partito socialista portoghese, con transfuga ed esiliati che erano rientrati dalla Spagna e dalla Francia. Per tutto il 1975, sarebbe stato un continuo alternarsi di scontri fra le forze comuniste e i revansciti del defunto dittatore Salazar, mentre i centristi, i moderati e i socialisti cercavano una difficile convivenza in parlamento.

Cunhal non sarebbe comunque riuscito nel suo intento di sbilanciare il Paese verso l’Unione Sovietica. A fermarlo fu quel Mario Soares, socialista allievo di Brandt, amico del generale Eanes (a sua volta protege del generale americano Hamilton), spalleggiato dalla potente AFL-CIO, il sindacato americano di Irving Brown. Alla fine, Soares avrebbe convinto anche un diffidente Henry Kissinger. La vittoria di Soares in Portogallo diede un senso tutto diverso alla Rivoluzione dei Garofani, trasformandola in un laboratorio per le rivoluzioni dell’Europa orientale scoppiate nei decenni successivi.

(FRC/5) La Rivoluzione Democratica in Spagna, alla morte di Franco, nel 1975, è stato uno degli eventi più straordinari e affascinanti della Storia della seconda metà del Novecento. Il dittatore aveva intuito che il suo regime non sarebbe sopravvissuto e, prima di morire, facilitò le cose ai suoi successori, lasciando intendere come sarebbero andate le cose in futuro nell’economia e nella società spagnola. A rendere così affascinanti quegli eventi fu però il fatto che a guidare la transizione, pacifica, alla democrazia, portando la Spagna nel campo delle moderne democrazie capitaliste occidentali, furono due uomini che a guardarli non sembravano proprio dei rivoluzionari. Uno era un playboy che diventerà uno dei più amati personaggi della storia spagnola recente, il Re Juan Carlos (nella foto). L’altro, Adolfo Suarez, un ex franchista capace di traghettare il Paese verso il libero mercato, le riforme istituzionali, i cambiamenti nella società.

Altre forze avrebbero partecipato, responsabilmente, alla trasformazione del Paese. I socialisti di Felipe Gonzales, per esempio. Gli ambienti riformisti della Chiesa Cattolica, ma anche la sua parte più attiva e dinamica – l’Opus Dei. Tutti questi soggetti fecero argine all’eurocomunismo di Santiago Carrillo che, pur avendo preso le distanze dall’Unione Sovietica, e accettato il gioco democratico, ancora parlava di “centralismo democratico” (mentre faceva affari con Nicolae Ceausescu).

La Rivoluzione in Spagna e in Portogallo avrebbe mostrato ai Paesi del Centro e del Sud America che la transizione alla democrazia poteva avvenire senza il ricorso alle armi, e senza Generali o “uomini forti”. In secondo luogo, poteva, e fu presa a modello di cambiamento. Terzo, dimostrò con largo anticipo che il Comunismo, in Europa, era finito. Ma a differenza degli iberici, i latinoamericani non avevano personalità come i Soares, una classe politica, conservatrice o socialista, che prefigurasse l’alternanza dei futuri assetti bipolari.

Ci volevano delle guide per indicare ai popoli del Sudamerica qual era la strada per creare una società più ricca e libera. Queste guide furono il Papa, Giovanni Paolo II, che con i suoi viaggi e discorsi comprese che l’America Latina era ad un punto di svolta (e non solo lei), e il Presidente americano Ronald Reagan, che a metà degli anni Ottanta, consigliato dai neoconservative come l’assistente del Segretario di Stato, Elliott Abrams, mise in guardia i vari caudillo sudamericani dall’idea che i loro regimi avrebbero avuto lunga vita.

Poco dopo, il Generale Pinochet si ritirava dalla scena. Quando Reagan entrò alla Casa Bianca, solo due stati del Sud America potevano essere considerati democratici, Colombia e Venezuela. Quando il Presidente lasciò la Casa Bianca, solo due stati non lo erano. Cuba e il Suriname.

(FRC/6). L’esempio delle rivoluzioni democratiche spagnola e portoghese mostrò al mondo occidentale che il Comunismo, dopo tutto, non era per forza la strada da imboccare verso il futuro. Fu prendendo esempio da Re Juan Carlos e dai Soares che il presidente sudafricano De Klerk garantì la transizione pacifica in Sudafrica, cercando di normalizzare l’African National Congress e rilasciando Nelson Mandela dopo la lunga prigionia a Robin Island. Certo l’intellighenzia occidentale, quella d’ispirazione comunista in Europa negli anni Settanta – così come quella attualmente in voga in America (il “politicamente corretto”), è una forza culturale, politica e sociale impressionante, che tra le due sponde dell’Atlantico è stata in grado di occupare giornali, cinema, tv, case editrici, il mondo universitario e della scuola. Ecco perché negli anni Settanta alcuni studiosi e intellettuali che non rientravano negli schemi furono pesantemente ostracizzati, per quanto tradotti, celebrati e pubblicati all’estero.

E’ il caso, per esempio, della “Intervista sul Fascismo” di Renzo De Felice (nella foto), un testo che, dopo essere stato a lungo “sterilizzato” dall’editore barese Vito Laterza, provocò grande scandalo nell’ortodossia intellettuale dell’epoca. De Felice, contrastando l’opinione generale secondo cui il Fascismo era stato una reazione della upper e della middle classe alla rivoluzione comunista, scrisse che invece il regime invece affondava le sue radici in una emergente lower-middle class, e che per capirlo fino in fondo bisognava studiare la Rivoluzione Francese (un affronto, per i comunisti), il Romanticismo, quella visione del mondo che tanti mostri ha prodotto in Europa e fuori.

Gli eredi del Fascismo, secondo De Felice, erano una forza di cui non si poteva non tenere conto nello spettro politico italiano del dopoguerra, proprio per l’influenza delle nuove classi sociali in ascesa che quella ideologia rappresentavano. Il libro di De Felice fu un colpo al cuore al potere culturale della sinistra italiana, perché quella tesi rischiava di minare, come in effetti è accaduto in seguito, la base antifascista della Costituzione. De Felice intuì quale sarebbe stato il percorso della destra postfascita in Italia. Mentre la sua intervista veniva tradotta dal Giappone agli Stati Uniti, in Italia si combatteva ancora la battaglia per “il controllo del passato”, come l’ha chiamata Orwell.

(FRC7) Anche in Francia negli anni settanta le università, in particolare quelle di scienze sociali, i giornali e i mezzi di comunicazione di massa, si erano progressivamente “marxistizzati”, dopo l’epopea della gauche degli anni Sessanta e sotto l’alto patronato di Jean Paul Sartre. A fare le spese di questa egemonia culturale fu Raymond Aron, che per la sua visione del mondo lucidamente scettica, e per aver scritto un libro dal titolo provocatorio come “L’oppio degli intellettuali”, venne messo all’indice, restando isolato, perché si era rifiutato di prendere parte al “gioco delle parti” di allora: esistenzialista, strutturalista, eccetera.

La Francia, però, negli anni Settanta ospitò anche l’emigrato russo che dava più fastidio al Cremlino, lo scrittore Alexander Solzhenitsyn, che nel libro “Arcipelago Gulag” aveva raccontato l’inferno della dittatura comunista. L’esempio di Solzhenitsyn e di Aron fu così forte che alla fine del decennio, e poi, con forza sempre maggiore, nella prima metà degli anni Ottanta, la cultura francese divenne sempre meno imbrigliabile dall’Unione Sovietica, fino a quando un gran numero di intellettuali non iniziarono a contestare o rinnegare Mosca, diventando anticomunisti e filo-americani, come il caso di Bernard Henry Levi, che indagò sui Gulag e sui genocidi nel Sud Est asiatico.

Anche in Francia, dunque, si stava sentendo l’effetto della Rivoluzione democratica scoppiata in Spagna e Portogallo. Gli intellettuali francesi, o almeno una parte di loro, si erano accorti che le rivoluzioni possono anche essere pacifiche, che la transizione alla democrazia poteva avvenire senza spargimenti di sangue, ed era una lezione che altri uomini e donne avrebbero appreso e messo in pratica prima in America Latina e dopo grandi difficoltà nei Paesi dell’Europa orientale.

(FRC8) L’influenza della Rivoluzione democratica in Spagna e Portogallo e l’inizio della Presidenza Reagan avrebbero influenzato profondamente la storia dell’America Latina, mostrando al mondo che l’espansione del comunismo sovietico poteva essere contenuta e che gli Stati Uniti, con volontà e determinazione, avrebbero chiuso la partita a loro favore. Quando pensiamo ai Contras e al sandinismo abitualmente siamo portati a considerare i primi come una milizia surrogata degli Usa e i secondi come dei liberatori del Nicaragua, ma le cose, negli anni Settanta, stavano altrimenti. L’Unione Sovietica foraggiava insurrezioni e guerriglie in mezzo mondo, e perdere “il cortile di casa”, per Washington, sarebbe stato un gran brutto segnale dopo i fallimenti del carterismo.

Così, se è vero che siamo abituati ad associare lo scandalo Iran/Contras e l’ambigua figura del Colonnello North (nella foto) con la presidenza Reagan, bisogna dire a difesa dell’inquilino della Casa Bianca che fece di tutto per mostrare ai Paesi dell’America Latina che la strada verso la democrazia poteva passare attraverso un processo pacifico, senza le scalmane sandiniste. Grazie ai sovietici e ai cubani, i sandinisti avevano ammassato il più potente esercito del sud america, operando una severa repressione contro i nemici di classe, cattolici innanzitutto.

L’esempio di Re Juan Carlos, un sovrano venuto fuori da una educazione prettamente militare, mostrò invece alle classi dirigenti e a quella popolare dei Paesi sudamericani che i generali dell’esercito non erano per forza un nemico della libertà, ma che in certi casi potevano fare da garanti nella costituzione di uno stato democratico, come sarebbe accaduto a Eltsin difeso dall’esercito russo durante il golpe fallito del 1991, con la Turchia che del suo stato maggiore aveva fatto il difensore della laicità dello stato, o con gli ufficiali salvadoregni che, garantendo la redistribuzione delle terre, fecero da argine sia ai comunisti che all’ascesa della estrema destra.

Ma quello che colpì di più Reagan, rafforzando la sua convinzione che l’orso russo poteva essere sconfitto, fu l’effetto dei Contras sulla popolazione civile nicaraguense. Il movimento, che il Congresso degli Usa e ampia parte della stampa e della cultura liberal aveva osteggiato, dando al Presidente la possibilità di finanziare solo limitatamente la controguerriglia, creebbe e si rafforzò guadagnando consenso fra la popolazione. Più di quello che Reagan avrebbe mai pensato. Era la dimostrazione che la Rivoluzione Conservatrice avrebbe vinto.

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