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Bollenti Spiriti

Questioni di Frontiera....Qualche considerazione conclusiva sui nostri Seminari all'Università di Tor Vergata di Roma

22 Mar
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Questioni di Frontiera

urlo-web1E così, anche questa  edizione dei Seminari di QF è finita. Nel giorno in cui Roma ospitava la manifestazione del Pdl per le elezioni regionali, alla Facoltà di Lettere di Tor Vergata i nostri studenti discutevano i loro progetti di ricerca, tante buone idee da sviluppare nei prossimi mesi – lontani dalla politica degli slogan e attenti a esprimere se stessi e il proprio talento. A breve, decideremo qual è il progetto vincitore della borsa di studio. Per adesso ringraziamo i nostri docenti, gli studenti che hanno partecipato al corso (già pensiamo a un gemellaggio con i “colleghi” baresi), l’Università di Lettere di Tor Vergata che ci ha ospitato, e gli amici di Bollenti Spiriti che hanno permesso tutto questo. Con un nuovo appuntamento in vista: il Corso di webwriting e giornalismo on line che si svolgerà nella primavera del 2010 per approfondire le tecniche e gli stili di Internet, come un naturale proseguimento e completamento pratico della parte teorica affrontata durante i Seminari.

Il Diario dei Seminari. Questa esperienza ci rassicura almeno su una cosa: le università italiane sono piene di studenti che pensano con la propria testa. L’importante è lasciarli fare, metterli alla prova, spingerli a prendere la parola e a dire la loro. Nella prima lezione, il 13 febbraio scorso, abbiamo fissato le guidelines del nostro metodo, la genealogia, da applicare ai diversi indirizzi di ricerca che sono state seguite nelle settimane successive. Abbiamo anche parlato del Sud, della memoria dimenticata, delle nostre tradizioni popolari e di identità locali che riemergono. Nella seconda lezione, invece, si è discusso – ancora – di orientalismo e di come la stampa occidentale guarda al mondo islamico (e viceversa). Poi, una lunga, attenta lettura collettiva del Discorso del Cairo del Presidente Obama, inframmezzata da spunti e riflessioni (le nostre, le vostre) sulla storia recente e il destino prossimo venturo degli Stati Uniti. E ancora, nelle successive lezioni, abbiamo perfezionato il metodo di lettura e di ’smontaggio’ dei testi per svelare gli stereotipi (anche i nostri) che sorreggono le narrazioni sui rapporti tra Occidente e Islam e sul fenomeno dei neoconservative americani. Con un’incursione nell’universo di Google, tra le censure, le dittature e i limiti della webcrazia, con l’impressione che anche il ‘testo’ della rete vada letto, decrittato e decostruito – direbbe Fortini – con il candore delle volpi e con l’astuzia delle colombe. Poi spazio ai temi dell’immigrazione, con la lettura e il commento del discorso di Gordon Brown che ha segnato una svolta nella politica sulla immigrazione inglese, tra “cittadinanza di prova” e test per diventare cittadini britannici. Si è parlato di vecchi e nuovi muri, dalla barriera di sicurezza costruita da Israele per arginare l’intifada dei kamikaze a quello che separa Messico e Stati Uniti. L’ultima lezione è stata dedicata ai Balcani, al “risorgimento” dei popoli slavi nel XIX secolo, alla definizione dell’idea di Nazione durante il Romanticismo, con un occhio alla letteratura inglese e agli hobbit di Tolkien.

Di seguito, pubblichiamo alcuni tra i migliori articoli scritti dagli studenti, relativi alle lezioni su Giornalismo e Islam, ma ci sono anche spunti interessanti sul discorso di Obama al Cairo e alcune valutazioni analitiche sul primo anno dell’amministrazione USA. Senza dimenticare la questione del nucleare, il rispetto delle libertà religiose e l’affaire Google. Insomma, una palestra utile per il web journalism applicato ai temi dell’attualità, tra geopolitica e storia sociale della cultura, tra Occidente e Islam. Attenzione ai titoli e alla scrittura breve

Tor Vergata 2010 – Gli articoli

Per un serio dibattito sul nucleare ci vorrebbe un discorso di Obama in Parlamento

di Annarita Favilla

Circa una settimana dopo l’approvazione del decreto del Consiglio dei Ministri sul nucleare, arriva il 16 febbraio l’annuncio del Presidente Barack Obama della concessione della garanzia federale a un primo prestito di 8,2 miliardi di dollari alla società di energia elettrica Southern Co, per la costruzione di due nuovi reattori nucleari di terza generazione in Georgia, che entreranno in funzione rispettivamente nel 2016 e 2017. Il piano prevede la creazione di 3500 nuovi posto di lavoro di cui 800 permanenti.
Di fatto, l’amministrazione Obama è riuscita a sbloccare il primo prestito di garanzia da un fondo di 18,5 miliardi di dollari, istituito nel 2005 dal Ministero dell’energia di Bush per stimolare iniziative imprenditoriali volte a ridurre o eliminare le emissioni di carbonio; nessuno in questi anni aveva avanzato proposte di questo tipo riguardo il nucleare, mentre Obama ha chiesto di triplicare tale fondo nel budjet per il Dipartimento dell’Energia relativo al nuovo anno, cosicché le risorse arriveranno complessivamente a 54,4 miliardi, abbastanza per costruire sei o sette nuove centrali se queste però rispetteranno i requisiti di sicurezza e otterranno quindi la licenza dalla Nuclear Regulatory Commission (si tratta quindi di incentivi ‘vincolati’).

La decisione di riaprire al nucleare dopo ben 30 anni non avrebbe evidentemente destato la stessa particolare sorpresa presso l’opinione pubblica internazionale se non fosse stata presa dal nuovo Presidente democratico, e rappresenta un ulteriore esempio di “sterzata” politica rispetto alle promesse della campagna elettorale; atteggiamento che, fin dai primi mesi di presidenza, gli ha guadagnato l’accusa di cambiare spesso opinione su temi importanti, quando non di nascondere le sue reali intenzioni

Dopo la rottura con la base pacifista (Afghanistan) e sindacalista (questione sanitaria e industria automobilistica), perché decidere di fare altrettanto con gli ambientalisti? E’ bene riportare le sue dichiarazioni senza isolarne frasi o espressioni, e tenendo presente come la strategia comunicativa di Obama è andata via via sviluppandosi durante il suo mandato in risposte complesse (e anche difficilmente intellegibili per i loro risvolti spesso prettamente tecnici) e in sintonia con la situazione e il momento storico preciso in cui si trovava a parlare.

Perchè, per quanto Obama abbia la capacità di mettere in gioco nei suoi discorsi questioni che riguardano noi tutti come cittadini e occidentali, e i suoi sostenitori in tutto il mondo ne siano affascinati proprio per questo, bisognerebbe fare forse una distinzione tra il contesto politico ed economico propriamente statunitense  e la situazione politica italiana, forzandone l’interpretazione in termini di paragone diretto con il recente decreto legislativo del governo Berlusconi. Si riportano alcuni estratti del discorso di Obama su questa ’svolta’  verso il nucleare:

“Io credo che la creazione di lavori verdi sarà il traino della nostra economia per un lungo periodo. Per questo abbiamo destinato un grande ammontare di denaro per l’energia solare, quella eolica, il biodiesel e tutte le altre fonti di energia pulita. Nello stesso tempo, però, sfortunatamente, per quanto velocemente crescano queste fonti, avremo un enorme fabbisogno di energia che non potrà essere soddisfatto da queste. E la domanda è: ‘Da dove verrà questa energia?’ L’energia nucleare ha il vantaggio di non emettere gas serra e dobbiamo avere il coraggio di riconoscere che paesi come la Francia ed il Giappone, ed anche altri paesi, sono stati molto più aggressivi nel ricorrere all’energia nucleare e con molto più successo, senza alcun incidente. Siamo consapevoli dei problemi legati al combustibile esausto ed alla sicurezza, ma siamo fermamente convinti che questa via sia da percorrere se siamo preoccupati per il cambiamento climatico.”
“So che per molto tempo è stato dato per scontato che chi sostenesse l’ambiente fosse necessariamente contrario al nucleare. Sebbene non abbiamo investito in centrali nucleari per gli ultimi 30 anni, resta il fatto incontrovertibile che l’energia nucleare è il nostro principale combustibile che non produce emissioni di carbonio. Per soddisfare i nostri crescenti bisogni di energia e prevenire le peggiori conseguenze del cambiamento climatico, abbiamo bisogno di aumentare la nostra offerta di energia nucleare. E’ così, semplicemente.”.

La risposta alla domanda, dunque, è presto data. La decisione di aprire adesso le porte alla lobby nucleare è inscritta negli obiettivi a breve e brevissimo termine dell’amministrazione democratica. Ma, a ben guardare, quelli dettati da esigenze più strettamente economiche – creazione di nuovi posti di lavoro, riduzione della dipendenza dal petrolio straniero, incentivi all’innovazione e alle nuove tecnologie avanzate – sembrano in questo momento il traino per la più stringente esigenza politica di trovare un punto di incontro con i repubblicani, necessario ad ottenere un più sicuro appoggio alla legge sul clima attualmente in stallo al Senato.
Nonostante questo provvedimento sembri per il momento sorvolare sulle eventuali misure di sicurezza da adottare riguardo al problema delle scorie, e i suoi effetti risultino complessivamente minimi da un punto di vista pratico (considerando la percentuale degli effettivi nuovi impiegati nel settore, e il numero di richieste di nuovi reattori che saranno definitivamente approvate nei prossimi anni), potremmo concludere che sia stato comunque frutto di scelte ben precise e ponderate in termini di equilibri interni, e che rappresenti l’espressione contingente di un pacchetto ambientale complessivo all’interno del quale erano, in maniera più o meno diretta, emersi riferimenti a petrolio, carbone e “nucleare pulito”, accanto alle promesse di nuovi greeen jobs per la gioia degli ambientalisti.

Succede intanto che questa nuova ‘svolta’ di Obama viene tradotta in Italia da vecchi e nuovi attivisti del nucleare che si sentono ora più rassicurati ad inveire contro gli ambientalisti; e, dall’altra parte, gli irriducibili fedeli alle energie rinnovabili e i militanti anti-nucleare minimizzano l’efficacia della questione o sembrano far finta di non essere informati sulla corsa al nucleare che in questi anni sta interessando il resto del mondo.
Ma prima di desiderare di applicare in casa l’esempio americano, dovremmo  considerare che negli Usa esistono già 103 centrali (che generano il 20% dell’elettricità) e che un dibattito sulle politiche energetiche è ben presente all’opinione pubblica. Il fatto che in Italia non esista un serio dibattito pubblico sulle questioni ambientali ed energetiche, impedisce di paragonarci all’America come alla Francia, ed è il motivo per cui oggi abbiamo un ddl del centro-destra che però non incontra il favore di 11 regioni e della popolazione in generale, e proprio in vista delle imminenti elezioni regionali. La questione ambientale rimane un tema di scontro politico, intriso di stereotipi di comodo per una parte e per l’altra, con il risultato incredibile che, al decreto approvato e quindi con l’avvio del percorso per la scelta delle aree idonee da parte delle imprese costruttrici, i candidati di sinistra confermano il loro “No” netto e quelli di destra dicono “Si, ma non nella mia regione”.
La Puglia, ad esempio  - insieme a Campania, Basilicata e poi anche altre regioni – ha votato una legge regionale che impedisce la costruzione di centrali e il deposito di scorie nel proprio territorio; legge votata anche da consiglieri del centro-destra, come ha ricordato il Presidente Vendola.
Il Consiglio dei Ministri, dal canto suo, ha impugnato queste leggi davanti alla Corte Costituzionale appellandosi al merito e al diritto: “per non creare pericolosi precedenti per le Regioni, che potrebbero agire autonomamente in una materia concorrente con lo Stato”.
Entrambe queste iniziative si dimostrano poco coerenti rispetto alle precedenti prese di posizione delle due parti politiche in tema di rapporto Stato-regioni (e rinviano quindi alla mancanza di un dibattito serio sul federalismo), ma rispecchiano in ultima analisi la necessità di gestire il consenso delle comunità locali sul futuro del loro territorio.
Allora, domandiamoci: non è ora di mettere la gente nelle condizioni di conoscere tutte le possibilità che l’Italia ha oggi a disposizione per garantirsi un futuro di sviluppo e innovazione e di decidere quale sia il sistema energetico (o mix energetico) migliore per tutti ora?
Non è urgente promuovere un discorso pubblico, maturo e sereno tra le parti – attraverso tutti i media, e non solamente tra specialisti, studiosi e appassionati -  così che il cittadino comune possa smettere l’abitudine di associare il nucleare ai capitalisti-speculatori e i pannelli solari agli ambientalisti-acchiappanuvole? O abbiamo bisogno che Barack Obama venga qui da noi a farci un discorso su misura?

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Google e l’Italia, l’utopia della biblioteca universale

di Alfredo Spalla

E’ stato raggiunto questa settimana un accordo fra il ministero dei Beni culturali e il motore di ricerca Google per la digitalizzazione di un milione di testi della letteratura italiana. L’operazione coinvolgerà le biblioteche nazionali di Roma e Firenze e prevederà la fruizione delle opere di pubblico dominio, ovvero non coperte dal diritto d’autore, antecedenti al 1868. Il ministro Bondi ha espresso soddisfazione per l’accordo siglato delle due parti, commentando positivamente l’iniziativa: “E’ sempre stato un sogno dell’uomo quello di possedere una biblioteca universale, gratuita e accessibile a tutti. Oggi grazie a questo progetto l’utopia diviene realtà”.

L’intera digitalizzazione e scannerizzazione dei testi originali sarà a cura del colosso di Mountain View, per una cifra che Mario Resca, direttore generale per la valorizzazione del patrimonio culturale ha individuato intorno ai “cento milioni di euro”. I libri digitali saranno prima catalogati e poi resi disponibili sulla piattaforma Google books e su quella del ministero italiano. In molti hanno definito “storico” il patto stipulato anche perché si tratta del primo accordo del motore di ricerca statunitense con un governo nazionale e con un ministero della Cultura. “I leader vanno con i leader” così si è espresso Mario Resca, sottolineando che “Google è leader del web, mentre l’Italia è leader nella cultura”.

L’accordo, che comunque non ha carattere esclusivo, pone interessanti quesiti e dubbi difficilmente trascurabili. Nonostante sia innegabile la bontà del progetto, che lancia il nostro paese verso un’evoluzione informatico-letteraria, resta da chiedersi chi ci guadagna in tutto ciò. Con mia grande sorpresa, assistendo alla conferenza stampa di presentazione dell’accordo, ho ascoltato molti giornalisti punzecchiare Nikesh Arora, president global sales operations & business devolopment di Google: “Signor Arora – ha chiesto uno stimato giornalista – posso chiederle cosa ci guadagna Google investendo nella digitalizzazione di un milione di testi e spendendo 100 milioni di euro?”. Sorridendo ho ripensato alla lezione di Lavinia Hanay Raja del Corriere.it, e mi sono risposto che Google difficilmente fa qualcosa a perdere. L’Italia invece è maestra in questa arte. Abbiamo dato un milione di libri di proprietà dello stato e patrimonio della nostra letteratura in pasto a Google, oppure abbiamo incentivato la diffusione della cultura italiana nel mondo ? E inoltre, è legittimo che lo Stato concluda un accordo così importante con un privato, senza trarne benefici evidenti ?

C’è chi potrebbe rispondere che così abbiamo tutelato le nostre opere da eventuali incidenti, salvaguardando il nostro bene più prezioso: la cultura. D’accordo, ma perché l’Italia non l’ho fatto da sola ? Semplice, perché non ha i soldi né la mentalità imprenditoriale per farlo. Finché non avremo le casse piene, continueremo a mangiare porcini pensando che siano tartufi, ma d’altronde è un po’ il nostro destino e bene o male lo continuiamo ad accettare.

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Nella “Map Room” con il Dalai Lama: la bizzarra diplomazia di Obama

di Alfredo Spalla

Change. Hope. People. Era il 4 Novembre del 2008, quando molte persone sentirono queste tre parole risuonare nell’aria. Tanti italiani, compreso il sottoscritto, rimasero svegli davanti alla televisione per seguire l’elezione di Barack Obama, percependo che qualcosa nel mondo stesse cambiando. L’entusiasmo per il 44esimo Presidente degli Usa si diffuse su scala globale, contagiando media e cittadini in ogni angolo d’Europa.
A poco più di due anni da quel giorno la presidenza di Obama ha assunto altre caratteristiche. A volte ha saputo confermarsi, altre volte ha deluso. Per avere una visione aggiornata e completa dell’argomento ho deciso di soffermarmi sugli episodi d’attualità, utilizzando come strumento d’analisi alcuni quotidiani britannici, notoriamente poco inclini al pensiero democratico.  La notizia presa in esame è la visita del Dalai Lama alla Casa Bianca.

Il 18 febbraio del 2010 il Presidente degli Stati Uniti riceve il leader spirituale buddista, disattendendo così il monito lanciato dalla Cina, che aveva caldamente sconsigliato l’incontro fra i due premi Nobel per la Pace. Obama, ignora il tutto e concede un’ora di colloquio al Dalai Lama, ospitandolo nella “Map Room” e non nello “Studio Ovale” (formalità riservata ai capi di stato esteri). I due non parlano di politica, ma di diritti umanitari, pace nel mondo e identità religiosa. Un incontro definito da Ewen MacAskill del Guardian “low profile”; non sono ammessi fotografi e giornalisti e anche i contenuti del colloquio rimangono piuttosto oscuri.

Nello stesso articolo, apparso sul sito del quotidiano inglese il 18 febbraio, il giornalista inglese non tace l’approccio avuto in passato da Obama nei riguardi del capo spirituale tibetano: “The Tibetan leader visited the US twice last year but Obama refused to see him, explaining that he first wanted to visit China, which he did in November”.

Notiamo perciò come le prime intenzioni di Barack Obama siano concilianti nei confronti del governo di Pechino. A Novembre effettua la sua visita in Cina, ma a Febbraio sfiora, anzi crea un caso diplomatico. La Repubblica Popolare non gradisce, proprio come riporta il Daily Telegraph in un articolo del 18 febbraio: “China has condemned President Barack Obama’s meeting with the Dalai Lama at the White House as a “gross violation” of international relations and called for the United States to “stop conniving and supporting anti-Chinese forces”. Il governo asiatico convoca l’ambasciatore statunitense, presentando una protesta ufficiale dichiarandosi “insoddisfatta” dell’incontro. Un errore anche secondo Steve Clemons della Washington’s New America Foundation: “I would want him to meet him but this is the wrong time, with a stack-up of issues. I think it is a mistake”.

Profondamente critico anche il Daily Mail del 18 febbraio, che innanzitutto attacca il presidente degli Usa per aver riservato al Dalai Lama un’uscita non propriamente consona a un capo spirituale. Il Dalai Lama uscendo passa fra l’immondizia della Casa Bianca. Un dettaglio che non sfugge al quotidiano: “Obama defies China by meeting Dalai Lama (but makes him leave via rubbish bags at side exit)”. Certo, solamente un dettaglio, ma dai dettagli si capiscono molte cose. L’episodio dimostra poca attenzione da parte dello staff del presidente. Sommario e sicuramente poco diplomatico anche il commento di Robert Gibbs, portavoce della presidenza, sulla reazione di Pechino: “Chinese officials have known about this and their reaction is their reaction.”

Con quale superficialità si può affermare che la reazione cinese riguardi solamente la Cina ? Queste parole denotano una mancanza di tatto politico, che un portavoce dovrebbe dimostrare d’avere. Il Daily Telegraph non ignora nemmeno le possibile conseguenze dell’accaduto: “The visit could complicate Washington’s efforts to secure China’s  help on key issues such as imposing tougher sanctions on Iran, resolving the North Korean nuclear standoff and forging a new global accord on climate change. Diplomats already expect that China’s President Hu Jintao will not attend a nuclear summit in Washington this April, however a much more serious step would be to cancel a state visit to America planned for November”.

Secondo una mia personale opinione, in questa occasione l’amministrazione Obama ha dimostrato una scarsa lungimiranza. Non dimentichiamo che la Cina è una potenza in continua crescita economica, che ha e avrà un notevole peso internazionale. Sottovalutarla o bistrattarla è un grave errore sia diplomatico che politico. Sacrificare equilibri internazionali o le sorti dei mercati, in nome di un incontro “low profile”, non è una mossa accorta. Gli Stati Uniti, e dunque il loro presidente, dovrebbero cominciare a pensare alla Cina come ad un paese paritario e non inferiore, perché forse un giorno gli equilibri potrebbero rovesciarsi e forse avere Pechino come alleato non sarebbe poi un gran danno.

Inoltre, Obama nell’incontro con il Dalai Lama si è comportato con sufficienza. Prima ha dato ascolto alla Cina, poi ne ha ignorato le richieste, infine ha ospitato il leader tibetano senza troppe formalità, dimostrando un minimo di sudditanza verso Pechino. Salvo poi recriminare sull’ingerenza asiatica.

Il clima, la questione iraniana, Taiwan, il commercio internazionale non sono elementi da gestire con superficialità. Una crisi diplomatica con la Repubblica Popolare era l’ultima cosa di cui avevano bisogno in America. Impegnare sul fronte estero un governo già attivo sul fronte nazionale, implica un dispendio inutile d’energie e uomini. Ritengo, quindi, che questo fatto d’attualità sia esplicativo di una serie di fattori e più in generale della politica di Obama. Spesso contagiato da uno staff stantio e da decisioni figlie del compromesso, il presidente degli Usa sta dimenticando ciò che aveva promesso al mondo. Una speranza di cambiamento alle persone. Parafrasando una canzone dei Quanta Ladeira, un gruppo brasiliano, sarcasticamente chiuderei dicendo che: “Ta todo mundo confiando em Obama se Obama fizer mxxda fudeu….”

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L’amministrazione Obama e la gestione della crisi

di Miriam Marinaccio

Le generose aspettative dell’opinione pubblica democratica sulla rinascita del sogno americano e le speranze dei pacifisti su un appeasement delle tensioni politiche e militari del (dis)ordine mondiale sembrano essere evaporate insieme ai dollari della più grande crisi finanziaria vissuta dai tempi della Grande Depressione.

La vittoria del presidente nero resta epocale e sintomatica di una profonda volontà di cambiamento. Nell’attuale sistema multipolare del disequilibrio del post guerra fredda, l’indebolita gemonia americana prova a fatica a risolvere dubbi e incognite economiche, militari e politiche. Le finanze pubbliche sono sempre più di proprietà cinese. La crisi finanziaria ha fatto esplodere il debito per il sostegno pubblico alle banche e per i piani di risanamento industriale, mentre la disoccupazione continua a restare su livelli a due cifre.

I conflitti in Iraq e in Afghanistan, ricevuti in eredità dalla presidenza Bush, hanno svelato crudelmente la complessità dei moderni scenari bellici e il fallimento degli interventi militari unilaterali. La ricerca di nuovi sentieri diplomatici e di strategie di controllo delle tensioni internazionali legate alla sicurezza energetica e alla  diffusione del rischio nucleare non può essere rimandata.

Le operazioni antiterroristiche della NATO non sono riuscite a scongiurare gli attentati alle Ambasciate e alla sede Onu di Kabul, e ancor meno a proteggere la popolazione civile afghana. La ricerca di interlocutori credibili tra i Taliban appare per il momento solo un’ipotesi teorica, sebbene il  ritiro delle truppe è già stato  previsto per l’estate del 2011.

L’incognita nucleare iraniana si inserisce nel complesso scenario medio-orientale. I negoziati con Ahkmadinejad non hanno portato fino a questo momento a nessuna intesa concreta. L’instabilità del regime complica il rebus diplomatico. L’ormai datato fallimento della Road map palestinese e la politica degli insediamenti di Natanyahu hanno creato un pericoloso stallo nelle relazioni israelo-palestinesi, che continua ad un anno dalla guerra di Gaza. Il freddo distacco tra l’amministrazione Obama e la destra israeliana al potere rischia di intralciare irrimediabilmente l’ accordo con Teheran. Le invettive del presidente iraniano volte a negare la legittimità dello Stato ebraico rischiano di scatenare la reazione armata di Israele e di mettere irrimediabilmente fine ad ogni trattativa sull’arricchimento dell’uranio a soli scopi civili.

Le battaglie politiche con cui  la presidenza Obama si è sforzata di confrontarsi sono molteplici, e questo è valso al neo presidente un Nobel per la Pace “alle intenzioni” e alle manifestazioni di buona volontà. L’impegno ideale accompagnato dal senso di responsabilità con cui Obama ha cercato di districarsi tra le intricate vicende internazionali è stato ripagato dal riavvicinamento con la Russia  a seguito dell’abbandono del progetto di difesa antimissilistica in Europa centrale, dai tentativi di dialogo con Teheran, dallo sviluppo delle relazioni politico-diplomatiche con la Cina. L’indecisione sull’Afghanistan, i tentennamenti sulla chiusura della prigione di Guantanamo, il blocco della legge sul clima in Senato lasciano dubbi sull’ orientamento strategico e sull’effettiva capacità di leadership mondiale del neo presidente.

In politica interna il presidente Obama affronta forse la sfida più difficile. La posta in gioco nella battaglia per la riforma sanitaria è alta. Il pacchetto di leggi discusse al senato è ambizioso, la copertura sanitaria riguarderebbe infatti oltre trenta milioni di americani che ne sono attualmente sprovvisti. Pervenire ad un accordo con la Camera e raggiungere questo storico traguardo ridarebbe fiducia e impulso all’amministrazione.

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Il cambiamento e la retorica nel discorso di Obama al Cairo

di Carlo Scopa
Oramai è trascorso più di un anno dall’elezione di Barack Obama: il primo presidente afro-americano degli Stati Uniti, il “presidente del cambiamento”. Proprio su queste due definizioni Obama ha impostato vittoriosamente la campagna elettorale presidenziale 2008.
Il primo punto della campagna è stato giocato attraverso un politica post-razziale, ritenendo inopportuno e controproducente, dal punto di vista elettorale, riproporre i temi della discriminazione razziale. Ricordiamo che Obama, proveniente da una famiglia della classe media bianca, non ha avuto esperienza della vita nei ghetti delle città del Nord e del movimento per i diritti civili, esperienza che invece ha vissuto sua moglie Michelle.
La seconda parte della campagna elettorale si è incentrata sul cambiamento. Cambiamento rispetto all’aggressiva politica estera dominante negli otto anni di presidenza George W. Bush. Nel concreto il programma elettorale proposto dal Democratic Party prevedeva il ritiro delle truppe dall’Iraq e una riduzione delle forze impegnate in Afghanistan. Progetti che fino ad ora sono stati disattesi, nonché ampliamente smentiti, visto l’ennesimo invio di truppe in Afghanistan.
L’ampliamento del contingente americano, con relativa richiesta di 10.000 unità alla NATO, è stato annunciato pochi giorni dopo il conferimento a Obama del Premio Nobel per la Pace. Questi due avvenimenti sembrano in aperta contraddizione, e forse lo sono. Infatti tale conferimento è stato oggetto di critiche da parte di molti studiosi e giornalisti. Tuttavia pare in perfetta coerenza se andiamo a vedere le motivazioni del premio: gli impegni nel «rafforzare la diplomazia internazionale e la cooperazione tra i popoli». Impegni perseguiti da Obama fin dall’inizio della sua presidenza e che hanno trovato una loro summa nel recente discorso del Cairo.

Già nelle prime parti del discorso possiamo individuare il cuore del discorso: la fine della contrapposizione America-Islam, la ricerca di un nuovo inizio – il “cambiamento” – fra gli USA e i popoli musulmani, visto che condividono gli stessi principi.

Esposto il principio della “collaborazione tra i popoli”, Obama ha iniziato a giocare a carte scoperte, trattando progressivamente i temi fondamentali del rapporto col Medio Oriente: la lotta agli estremismi violenti – da notare che tutte le volte che l’oratore ha utilizzato il termine estremismo lo ha fatto sempre seguire dall’aggettivo violento o da suoi sinonimi; la situazione in Iraq e Afhanistan, la questione israelo-palestinese, la democrazia e la libertà religiosa, la condizione femminile.
Indubbia è l’importanza di tale discorso per i temi trattati, ma è fondamentale soffermarci sulla forma del discorso e sulle capacità oratorie di Obama, dovute soprattutto dalla sua personalità carismatica. Proprio questi elementi enfatizzano l’opinione (o il sospetto) che i punti fondamentali in politica estera di Obama possano rimanere solo parole e non si concretizzino de facto. Un corso che è stato già vissuto per altri aspetti da altri presidenti democratici come Franklin D. Roosevelt e John F. Kennedy.

Possiamo concludere che il primo anno della presidenza Obama, in politica estera, ha deluso le grandi aspettative del popolo americano – nonché dell’intero mondo. In politica interna Obama si è dovuto scontrare con la crisi, in parte tamponata ma non superata grazie all’aumento della spesa pubblica previsto nella finanziaria – politica fortemente osteggiata dai repubblicani di McCain ancora legati alla reaganomics. In aggiunta, buona parte della credibilità di Obama si giocherà sul tema della riforma sanitaria, un mostro che ha già divorato molti presidenti.

Si potrà misurare la portata di tale delusione già nelle elezioni del novembre 2010 per il rinnovo della Camera, o potremo assistere a un rinnovo della fiducia, da parte degli elettori americani, al Presidente del “cambiamento”.

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Le comunità Amisch, gli USA e il rispetto della libertà religiosa

di Daniela Silva

Oggi, in un mondo dominato dal consumismo e dalla voglia di successo, ci risulta difficile pensare che possa esistere un altro modo di vivere, ma soprattutto che esista in quella che potrebbe essere definita la patria del consumismo e della modernità: l’America. Viene quasi spontaneo fare riferimento alla comunità Amish quando si pensano a frontiere e confini, sempre più spesso esistenti in uno stesso Stato.

Gli Amish sono un gruppo religioso che affonda le sue radici nella comunità Mennonita. Il movimento Amish nasce in Francia, a Sainte Marie aux Mines, nel 1693, per poi stabilirsi a Philadelphia quando questa, nel 1776, diviene il simbolo della libertà in seguito alla firma della dichiarazione d’indipendenza. Nella Contea di Lancaster gli Amish si dedicano principalmente all’agricoltura, secondo lo stile di vita semplice che avevano scelto in base alle loro convinzioni religiose e senza correre il pericolo, per tali convinzioni, di essere perseguitati come in Europa.
Oggi le comunità Amish vivono in più di venti Stati, oltre che in Canada. Il loro stile di vita è completamente fuori dal tempo e difficile da immaginare in America e altrove. Le donne indossano semplici abiti a maniche lunghe e non si tagliano mai i capelli che portano raccolti sulla nuca coperti da una cuffia, bianca se sono sposate e nera se sono nubili. Gli uomini, invece, indossano abiti scuri e non hanno baffi, solamente dopo il matrimonio si fanno crescere la barba. Questo loro modo di vivere non rappresenta altro che l’espressione della propria fede ed umiltà. Le comunità vivono molto distanti dal caos delle grandi città, si muovono su carri trainati da cavalli lungo strade private dove non passano automobili. La loro esistenza si svolge su ritmi ottocenteschi, totalmente centrata sulle tradizioni e sui valori morali. Tutta questa severità, pero’, non impedisce l’esistenza di un curioso rito chiamato ‘Rumspringa’. Infatti, al compimento del sedicesimo anno di età, i ragazzi possono andare in giro per un anno intero alla scoperta della civiltà dalla quale sono stati, fino a quel momento, tenuti lontani, per fare esperienza e infine scegliere se essere battezzati ed accettare definitivamente le regole della loro fede.
In questo contesto verrebbe spontaneo chiedersi quali sono i rapporti con il governo americano e con le sue leggi. I bambini, ad esempio, studiano fino al compimento dei tredici anni, l’8th grade school, sotto la supervisione di un’insegnante Amish in una scuola che ha un’unica stanza. Il governo americano, invece, impone l’istruzione fino ai diciotto anni. A questo proposito, una sentenza della Corte Suprema del 1972, esenta i bambini Amish dall’istruzione obbligatoria fino alla maggiore età. Il perché sarebbe riconducibile al fatto che la regola andrebbe contro «la libertà religiosa». Le leggi americane sulla libertà religiosa, infatti, proteggono gli Amish come altre comunità protestanti eredi delle tradizioni puritane europee. Ancora una volta un esempio di civiltà e, ancora una volta, l’Italia non è tra i protagonisti.

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