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Bollenti Spiriti

Editoriale Krill 01

01 Feb
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CONSUMO / VERIT

 

 

Buste di plastica e altri rifiuti nello stomaco dei capodogli spiaggiati

Roma, 18 dicembre 2009 - Li hanno scambiati per gamberetti, loro cibo principale, e per questo sono morti: si tratta di buste di plastica, pezzi di corda, scatole e contenitori di vari materiali che sono stati trovati nello stomaco di quattro dei sette capodogli spiaggiati in località Foce Varano, nel comune di Peschici, sul Gargano, in Puglia. I capodogli potrebbero aver scambiato gli oggetti trovati nei loro stomaci per calamari, unico cibo di cui si nutrono. “Quello che sembrava il capobranco - spiega l’esperto - ne aveva lo stomaco colmo. Un po’ meno gli altri tre. Ma la morte di tutti e sette gli esemplari è riconducibile al fatto che i tre capodogli che non avevano ingerito oggetti di plastica abbiano seguito il capobranco andando come lui a morire sulla spiaggia. Un comportamento legato allo spirito gregario dei gruppi di giovani maschi”.

http://quotidianonet.ilsole24ore.com/cronaca/2009/12/18/

 

 

Cammino e respiro, respiro e cammino.

Questo è il mio modo per capire chi sono e che ci faccio a questo mondo. La gente dice che cerca l'ispirazione, cerca l'ispirazione per scrivere, cerca l'ispirazione per dipingere, cerca l'ispirazione girando e guardando quello che sta intorno. Io invece  dell'ispirazione, cerco la respirazione.

Cammino e respiro così cerco di fare chiarezza, di capire chi sono e che ci sta intorno, per superare l'angoscia, il sentirmi fuori posto, il non sapere dove stare. 

 

 

 

Ai capodogli

 

 

 

L'immaginario e il suo indotto rappresentano il nucleo dello sforzo che Krill tenta di compiere nel suo percorso di scavo e di ricerca nelle scritture e nell'immaginale.

Un monografico dedicato al rapporto tra consumo e verità, sebbene pudicamente suggerito dalle narrazioni morbide e pop della produzione non-scientifica e non-sistematica, non può prescindere comunque dal suo bagno naturale, che è e rimane l'immaginario. L'immaginario lavora, anche in questo caso, in background, come un software nascosto nel sistema operativo di ognuno di noi; anche se in maniera poco consapevole, evoca, allude, spinge alla ricerca della – propria – verità attraverso la scelta di simboli e di prodotti culturali, e, alla lunga, al loro consumo.

Brutta bestia il consumo, verrebbe da dire in tempi come questi. È chiaro che siamo sotto assedio, che è un sistema di controllo molto efficace ed estremamente pervasivo. Ed è un sistema che funziona, soprattutto. Funziona perché aggrega, perché ogni minuto conquista nuove terre e avanza con una potenza mirabile. È sotto gli occhi di tutti la spinta, e soprattutto la sentiamo tutti, la spinta. È anche vero che ogni minuto si liberano terre dal giogo del consumo, si organizzano comunità, si creano codici nuovi, si producono forme di resistenza. È vero, ma il conto è impari. Ci sono interi continenti che sono lì sulla soglia, milioni di persone pronte a lanciarsi verso i pochi varchi a disposizione e disposte e schiacciare e a farsi schiacciare pur di strappare il biglietto d’ingresso al nuovo miracolo globale. Il capitalismo sembra avere un appeal irresistibile, così come lo stile di vita e di consumi elaborato dalla cosiddetta società occidentale.

Un sintomo di questo, un simbolo tra tanti, le parabole sui balconi e sulle terrazze del centro, ma anche della periferia del pianeta. Anzi soprattutto delle periferie, a ben guardare.

In fin dei conti, le parabole, protese in uguale direzione come ad ammirare un idolo invisibile, ci ricordano il flusso di rappresentazioni, visioni e messaggi che costituiscono un continuum etico ed immaginifico onnipresente. Esso ci “possiede”, non già quali semplici fruitori, ma ancor più quali membri attivi. Siamo calati in una forma di vita, quella del consumo, a cui contribuiamo ogni volta che sintonizziamo i monitor con le frequenze TV, oppure quando entriamo come gatti affamati nei nostri supermercati, o ci aggiriamo sornioni tra gli scaffali del media-store alla ricerca dell’ultimo modello di... Il consumo è una forma di vita anche e soprattutto perché siamo disposti (coscientemente o no) ad accettare l’inganno ideologico che si cela nelle merci che compriamo, l’idea di mondo che è sottesa alla réclame pubblicitaria.

Quindi il consumo è innanzitutto una brutta bestia imperante e in salute. Ed è una bestia che si attacca a qualcosa che è radicato dentro di noi, che in qualche modo, ospita la bestia, le offre un riparo e la coccola anche. Perché consumare soddisfa desideri primordiali, aggrappati all’uomo fin dalla sua nascita. Colma vuoti, illumina anfratti bui, riscalda certe solitudini, soprattutto metropolitane, ma non solo.

Ma soddisfare questi ritmi su scala globale vuol dire aprirsi a un qualche tipo di collasso, che non si capisce bene quale possa essere. Forse il 2012 grazie alle milioni di copie vendute da una profezia del Maya-capitalismo...chissà, o un uragano globale che ci sommergerà tutti, o la fuga dei maiali dalle gabbie di pochi centimetri in cui hanno passato la loro vita. Centinaia di milioni di tonnellate di carne che si ribellano all’uomo e a millenni di asservimento. Oppure l’epilogo potrebbe essere l’evasione pianificata delle galline che, come i maiali, non se la passano tanto bene.

Forse lo slogan potrebbe essere: “consumare meno consumare tutti”. Forse, ma forse no, il punto non è questo.

Eppure, nonostante la barbarie idiota di uno stile di vita e di consumi che non tiene conto del tempo, in cui non ci si chiede quanto tempo ci vuole per smaltire l’enorme, bestiale, disumana quantità di rifiuti che produciamo, nonostante lo stile di vita del primo mondo sia quello di un “paese in via di sviluppo” (espressione di cui, in questo contesto, rivendichiamo tutta la carica razzista e classista), nonostante tutto, soddisfare un desiderio è uno dei giochi più antichi e più intriganti in cui l’uomo (ma anche la donna) si siano mai cacciati. E il gioco, si sa, è una di quelle cose che conviene continuare a coltivare per tutta la vita, un metodo per non prendersi troppo sul serio, anche quando le cose si fanno veramente serie.

Il desiderio è una questione di una rilevanza filosofica straordinaria, una questione attorno alla quale si sono consumati secoli, battaglie teologiche, e che ha reso necessaria l’adozione di misure repressive straordinarie (pensiamo a tutte le tecniche che sono state messe in campo per comprimere il desiderio, il desiderio sessuale soprattutto, ma anche il desiderio verso qualche divinità, verso delle forme di socialità libere dalle zavorre del bigottismo sempre maggioritario).

Il desiderio è il peccato, quasi sempre.

Ebbene, non basterebbero cento hard disk per render conto di tutto ciò che è stato scritto sul desiderio e sulla sua fenomenologia. In tal senso, aggiungere ulteriori considerazioni appare quasi ridondante.    

Salvo che per un aspetto: una sorta di controproposta a tutta la cordata (legittima e condivisibile per certi aspetti) che inchioda il desiderio al “manchevole”. Probabilmente, una lettura più fruttuosa e stimolante di quest’ultimo, applicata alle scienze umane e della comunicazione, è possibile privando il termine della comune accezione di “integrazione di una incompletezza”.

Occorrerebbe cioè concepire il desiderio non come un’assenza, bensì cogliervi una pienezza.

La cordata che da Platone a Freud, passando per il cristianesimo, ha voluto interpretarlo come testimonianza della incompiutezza dell’essere, come ricerca dell’unità perduta o come erranza, o insoddisfazione, o vacuità, non tiene conto, ai fini del nostro discorso, della potenza creatrice di valori e immagini che esso possiede.

Al contrario, in Spinoza (Etica, Parte V, proposizione III), il desiderio indica una produzione e una creazione, non una mancanza: tema riattualizzato da Deleuze e Guattari in L’Antiedipo (1972) e in Mille Piani (1980), all’interno dei quali la pratica desiderativa esprime ed indica creazione continua di processi vitali, di saggezza pratica, di autopoiesi del general intellect.

Il desiderio come pienezza, quindi, come pulsione in quanto tale, come saggezza estrema senza peccato.

Il desiderio sarebbe allora quella forza che guida la costruzione di nuove forme di vita. Una forza sacra, che nessuno ti può levare, che è meglio non farsi levare, meglio non farsi rubare. Da qui in poi comincerebbe un terreno molto accidentato, perché effettivamente sul desiderio è stato prodotto molto e questa categoria ha influenzato gli scenari del pensiero filosofico, ma anche politico, fino alla nostra contemporaneità. Questione calda, quindi. E il nostro cane ci ha insegnato a non mangiare le cose calde, ad aspettare, a ripassare dopo qualche minuto, senza, però, mai perdere d’occhio il piatto. Questo è chiaro.

Insomma, il desiderio è una cosa seria e ognuno, nel buio della propria coscienza o sulle spiagge assolate di corpi nudi che friggono al sole, lo sa, eccome se lo sa.  

Consumo e desiderio, quindi, funzionano come un caleidoscopio, danno vita a innumerevoli combinazioni di luci, colori e forme. E tra loro c’è una qualche relazione, questo si può dire. Anzi, si può proprio dire che il sistema di consumi in cui siamo immessi usa tutta una tecnologia discorsiva che ha come fine di soddisfare, attraverso la merce, i nostri desideri, forse non proprio quelli più profondi, ma comunque a ragguardevole profondità.

In questo numero abbiamo deciso di cercare una relazione tra il consumo e la verità, di provare a leggerne le implicazioni. In questo senso il consumo è un sistema di produzione della verità. È un modo potente di legare il soggetto a se stesso, di realizzare una vita. È per questo che funziona bene, perché promette orizzonti di gloria.

La “verità” ci è venuta in mente perché l’Italia, a cavallo tra l’estate e l’autunno 2009 viveva un periodo molto strano. Non che quelli precedenti non lo fossero stati e non che non lo sarebbero stati anche i successivi. Ma in quella fase veniva fuori uno strano corto circuito tra il dire la verità, il prezzo del dire la verità, il prezzo delle foto che documentavano verità sgradevoli, le parole della politica sempre più lontane dalla verità accompagnate dalla sensazione che la verità fosse diventata un prodotto commerciale come tanti altri. La verità ha un prezzo, permette di fare profitti, è una merce molto preziosa perché può inchiodare al muro quelli scomodi, magari al momento giusto. Erano i mesi delle foto del Cavaliere in Sardegna, quelli delle rivelazioni della Signora D’Addario, mesi in cui il suolo pubblico della politica e della società civile è stato occupato, per lo più, dai giochi consumati attorno al pisello del presidente. Gli stessi mesi in cui le foto di Stefano Cucchi ingrossavano la scia dei misteri di questo paese dai facili rigurgiti fascisti. E quello era un periodo di facili rigurgiti fascisti e mafiosi.

Bene, tutto questo in maniera un po’ confusa lo volevamo tenere dentro. A partire da due assunti. Il primo è che, essendo consumatori, e ad uno stadio avanzato, siamo anche iper-consumatori di verità. E quindi una certa sbobba mediatica è la morfina che non ci fa sentire il dolore e ci stampa in faccia un bel sorriso da ebeti. Nel frattempo, il presidente e i giochetti del suo pisello hanno tolto la scena ad una delle più cruciali fasi di transizione dell’Italia a modello di Stato-Mafia all’altezza dei tempi. Questo per un verso.

Per un altro verso ci sembrava importante parlare di verità intesa come parresìa, termine che denota una prassi filosofica dell’antichità greco-romana. La parresia riemerge in alcuni tratti della filosofia contemporanea e indica l'esercizio etico del “dire la verità”.

Riteniamo che nella relazione tra consumo e verità si manifesti al tempo stesso la forza di normalizzazione e banalizzazione  da parte dell’impero della merce e la potenza generativa di nuove forme di vita.

Il consumo come dispositivo di potere funziona perché nel momento in cui costringe ad un regime discorsivo lascia aperto uno spazio di libertà che permette di scegliere, cioè di assecondare il proprio desiderio di costruzione e di governo di sé. Naturalmente questo spazio di libertà è sempre già dato. In altri termini la scelta è sempre orientata e la libertà della scelta è libertà tra le possibilità che il dispositivo rende disponibili. Questo capitalismo non costringe ma orienta, non impone ma consiglia, non vince ma convince.

Ma il dispositivo, comunque, lascia aperte possibilità, spazi di costruzione di alternative. La parresìa come pratica della verità è una di queste possibilità. Essa produce un movimento critico attraverso cui l’individuo interroga la verità nei suoi effetti di potere e il potere nei suoi discorsi di verità (Foucault).

La parresìa è legata al rischio che si corre nel dire la verità nei confronti del potere. Questo è il significato della rilettura contemporanea che certa filosofia ne ha fornito. Tutto si gioca sul rischio. Quale rischio siamo disposti a correre per la verità, per essere la verità, per incarnarla?

La parresìa è un processo che indica un lavoro, un esercizio etico che porta il soggetto nella verità. E non la verità nei termini di opinione soggettiva e negoziabile, non nei termini di una merce di scambio. Ma la verità intesa come modello di vita fondato sulla cura, come lavoro che ci porta ad una forma consapevole, e quindi critica, di stare al mondo.

“La parresìa dunque è legata al coraggio di fronte al pericolo: essa richiede propriamente il coraggio di dire la verità a dispetto di un qualche pericolo. E nella sua forma estrema, dire la verità diventa un gioco di vita o di morte” (Foucault).

Ma chi è disposto a correre il rischio?

Paul Valery nel 1919 in un suo articolo dal titolo significativo, La crise de l’esprit si immaginava ad osservare il mondo dall’alto di un promontorio. Lo scenario che gli si presentava davanti era costituito da macerie e cadaveri. La domanda che echeggiava era: “Ed io l’intellettuale europeo, che sarà mai di me?”.

La crisi è una questione in cui è in gioco la propria vita. Krinai indica la fase estrema di una malattia, dove giunge ad un esito finale la lotta tra la vita e la morte (Koselleck). Se scaviamo tra le sedimentazioni di senso della parola vi troviamo il giudizio, la decisione, lo schierarsi, il rischio terribile della scelta. Ma anche la consapevolezza che una forma di vita non possa che ripartire da una crisi. Dire la verità è allora la condizione e la possibilità di essere della crisi. 

Questa possibilità della trasformazione, della transitorietà e del mutamento, di essere diversi da ciò che si è, di dire la verità, di praticarla è troppo importante per essere una questione che riguardi esclusivamente l’intellettuale.

Quelle narrazioni tristi in cui l’intellettuale poteva essere pensato come portatore di valori universali con cui illuminare e orientare sono fortunatamente e definitivamente finite. Così come non ha senso distinguere tra lavoro manuale e intellettuale, tra sapere basso e sapere alto, tra produzione e vita. Nei tempi di capitalismo cognitivo, l’intelligenza e gli affetti sono messi al lavoro, sono resi produttivi.  Abbiamo insistito sul desiderio per questa ragione, perché nel momento in cui il capitale investe sul desiderio, lo rende produttivo, lo mette al lavoro, l’eccedenza della sua potenza generativa rompe gli argini del dispositivo, lo eccede, dà vita a processi di soggettivizzazione e di critica. L’intellettuale è chiunque faccia leva sulla potenza del desiderio come prassi generativa di conflittualità e verità. La verità non è un dato che deve essere disvelato, ma la posta in gioco di un conflitto. Nel momento in cui l’attività intellettuale e sociale diventa il fattore principale della produzione di ricchezza, come aveva intuito Marx, l’intellettuale diventa necessariamente collettivo. È il risultato di un processo di costruzione di sé, di una pratica di invenzione che è allo stesso tempo evasiva rispetto ai giochi di potere e costruttiva di nuove forme di vita. Una pratica che instaura con la vita una relazione attraverso il rischio e con la verità una relazione attraverso la franchezza.

Il rapporto tra consumo e verità si gioca dunque su un doppio binario: se il consumo della verità rimane il consumo di un oggetto che viene venduto e prodotto in quanto merce, allora la verità sarà sempre qualcosa di esterno rispetto al soggetto che se ne appropria e la “consuma”. Se invece la verità da oggetto-merce da consumare diventa prassi che muove la volontà di coloro che ne fanno esercizio, allora la verità può rompere il dispositivo legato al consumo che ci governa e a cui siamo consegnati nelle nostre attività quotidiane.

L'esercizio etico della verità diviene il rovescio della medaglia, quel meccanismo che introduce un elemento di novità, scardinando lo stato di cose attuale in cui il consumo fa muovere il tutto, secondo le sue logiche, i suoi meccanismi e le sue merci.  

Per attuare una prassi che sia diversa è necessario dare voce a narrazioni che siano fuori da un dispositivo ormai consolidato: questo è l'obiettivo che ci proponiamo di portare avanti, con tutte le difficoltà che lo abitano.

Krill vorrebbe essere un magma, un blob in cui i discorsi si intrecciano e dove un pugile della periferia di Napoli è parresiasta quanto un dissidente israeliano.

I contributi presenti in questo numero sono accomunati nella differenza dei linguaggi, dei registri narrativi, dei codici comunicativi da un unico filo rosso: interrogare l’attuale. Attuale come “l’adesso del nostro divenire” (Deleuze-Guattari).

 

Le pagine che seguono rappresentano, dunque, il frutto di questi quattro mesi passati a masticare (a giocare con) i concetti di consumo e verità. I testi offrono una eco, a volte corposa e a volte molto flebile, di queste due parole. Come al solito non si trattava di saturare un tema, ma di lasciare il quesito irrisolto, provando semmai a suggerire dei percorsi possibili di svolgimento. Alcuni pezzi riflettono il tentativo, da cui eravamo partiti, di mettere in luce gli aspetti più curiosi o più grotteschi dello stile di vita che si suole definire “occidentale”, come il microcosmo della moda, o la retorica di certo etno-turismo, oppure i meccanismi perversi del marketing etc. In altri contributi viene fuori la questione della verità e del pronunciarla, quando questo può voler dire misurarsi con le menzogne di coloro che hanno in pugno un popolo, una città (poco importa se la città si chiama Gerusalemme o Taranto).

Le narrazioni giocano con i paradossi legati al consumo, con le nostre ossessioni quotidiane, con le verità che ci aspettano sullo scaffale, che mettiamo in un carrello e che paghiamo alla cassa.

Un discorso semi-serio percorre in modo invisibile una buona parte di questo Krill 01. È quello della sessualità, fattore vitale che ci portiamo sottopelle, e che riaffiora in modi scomposti nelle parole ipocrite sul pudore o nei gossip politici. In fin dei conti l’eros è questione capace, come poche, di mostrarci i tanti idola che si celano nei nostri discorsi e che fanno di noi “consumatori di verità”.

 

Buona lettura

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