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Bollenti Spiriti

CALCE SUDORE E LACRIME (DIARIO DI BORDO 2)

31 Ago
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Eravamo rimasti al bidone che ci aveva mollato il tizio del palazzo. Per fortuna, contemporaneamente alle trattative con lui, continuavamo a guardarci intorno per cercare qualcosa che potesse permetterci di organizzare delle attività anche nel centro storico. E cercando cercando ci siamo ricordati di una vecchia cantina (il Cantinone, come lo chiama Carlo Formigoni) proprio nel cuore del centro storico, in via Morelli, una strada bellissima, pregna di storia e di barocco (per chi ama la storia ed il barocco, s’intende). Quando ero bambino questa cantina era utilizzata dalla banda del paese come sala prove. Tutto quello che la banda ha messo in musica ai funerali dei successivi vent’anni è nato lì. A suo modo è un pezzo di storia del paese, no?

L’ingresso è un po’ nascosto e una volta spalancata la porticina in ferro nero a sei mandate (o sette, non ricordo) c’è pure una bella rampa di scale che ti porta giù sotto il livello stradale. Il locale è abbastanza umido da garantirti un bel fresco d’estate e un bel caldo appiccicoso (ma non troppo) d’inverno. Ragni dovunque ma personalmente la vedo come una prova di buona salute del locale. Dove ci sono ragni c’è vita! Insomma, arrivarci è stata un po’ una iniziazione. La cosa meravigliosa, almeno per noi, considerato che non ci sono esempi di architettura simili a questo nelle nostre zone, è il fatto che il cantinone sia in buona parte scavato nella roccia a colpi di martellina. Il motivo non si sa, si presume che ci fosse un ammanco nella roccia quando hanno costruito il palazzo soprastante (altro pezzo di storia locale, palazzo Figuerroa, dalla famiglia spagnola che lo innalzò a metà ‘500). Per rendere più solide le fondamenta e contemporaneamente sfruttarlo, lo allargarono e costruirono il soffitto a volta in modo da scaricare il peso del palazzo di sopra. Insomma una bella storia. Quando lo abbiamo visto noi le pareti di roccia erano per metà tinteggiate in calce e per metà di un color azzurro fluorescente. Mi è stato detto poi che a un certo punto avevano cominciato a usarlo come sorta di piccola discoteca e l’avevano tinteggiato così per far meglio risaltare i riflessi delle luci stroboscopiche. Il pavimento, in cemento, arrivava fino a un certo punto, poi si fermava all’improvviso ed era tutta terra battuta e l’unica fonte di luce là sotto era una lampadina nuda che scendeva giù come un ragnetto dal suo filo sottile e nero in mezzo alla stanza. Nonostante tutto ci piacque. Forse era l’azzurro, chissà?

Ci siamo accordati subito e intorno alla metà di maggio abbiamo cominciato i lavori. Rob, che a questo punto avrete capito è quello che se dice una cosa quella s’ha da fare, aveva in mente di rifare il pavimento e tinteggiarlo e rifare un impianto luci ad hoc. Personalmente io l’avrei tenuto così com’era, senza intervenire troppo sulla struttura, con un impianto luci meno elaborato e costoso. Luca stava nel mezzo, nel senso che dava ragione sia all’uno che all’altro in base ai diversi pro e contro tirati in ballo. Personalmente ritenevo il cantinone per quanto bellissimo anche umido (come tutti i cantinoni) e avrei voluto lasciarlo a fine estate. Gli altri davano meno peso a questo aspetto (avremmo comprato un deumidificatore, dicevano) e alla fine siamo arrivati a un compromesso. Luci alla mia maniera. Pavimento alla maniera di Rob. E Luca chiedeva di eliminare l’azzurro dalle pareti. Ci siamo accordati con un operaio che ci ha dato una mano a finire il pavimento. “Io lo stendo, ci ha detto, e voi fate il cemento col trapano in un tino.” Facilissimo, ho pensato. Finché non ho preso il trapano in mano. Come l’ho acceso è partito per aria quello con tutto il cemento che è schizzato fin sul soffitto, imbrattandomi tutto. Dopo mezz’ora avevo i muscoli delle braccia a pezzi! Per fortuna ci davamo il cambio e grazie a Dio ce l’abbiamo fatta in poche ore.

Poi abbiamo dato una mano di calce, per rinfrescare l’ambiente e coprire l’azzurro fluorescente, anche se a me e a Rob non dispiaceva (l’avevamo preso apposta). E lì si sono viste venire fuori per la prima volta le diverse filosofie del gruppo. La mia filosofia al latte di mandorle e quella di Rob alla stracciatella, come le definiva Luca. Rob volendo rendere la grotta brillantissima passava la calce quasi pura, senza aggiungere acqua. Luca era con lui. Io invece, così come mi aveva insegnato mio padre, aggiungevo l’acqua che ci voleva. Salvo che poi venivano a ripassarmi il colore da dietro perché mi dicevano che non brillava abbastanza. Ne è nata una disputa sul bianco che non sto a ripetervi. Quando abbiamo ripassato il soffitto mi si è rovesciato addosso il secchio e son diventato tutto bianco anch’io. Quando, anche dopo essersi asciugata, la cantina non era ancora abbastanza bianca per i loro standard Rob e Luca son tornati a tinteggiarla altre tre volte! Io gli ho lasciati al loro infausto destino. Questo a giugno. Oggi la cantina è di un bianco tendente al giallino. Nonostante il deumidificatore c’è ancora troppo umido che viene fuori dalle pareti in pietra. Però ammetto che l’idea di Rob, di tingere di bianco anche il pavimento, è stata geniale. Il risultato è splendido, sembra fatta di neve, tanto che personalmente l’avrei chiamata la Fortezza della Solitudine. Invece ha prevalso il più classico Galleria Morelli. Che dire? È bellissima, ne sono tutti entusiasti e anche voi potete dare un’occhiata alle foto sul blog e farvi un’idea.

In quella grotta si è consumata la prima discussione seria fra i membri dell’associazione, cioè fra noi tre. È successo il giorno prima dell’inaugurazione. La discussione ha portato a un alleggerimento delle tensioni che nascono naturali in un gruppo soprattutto alla vigilia di un evento importante. Ma non si è comunque arrivati a nessuna soluzione dei problemi perché i problemi nascono dal fatto che siamo diversi. E per questo non si può fare nulla, tranne che rispettarsi e dialogare. La sera stessa del litigio, fra l’altro, mi ha mollato la ragazza. Voi mi chiederete: e questo che c’entra? Nulla, ma probabile che fosse semplicemente una giornata no.   

Nella prossima puntata: Cronache della prima mostra ovvero che pedda col rosato! Ciao da Lillo.

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